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mercoledì 13 luglio 2016

Quando il Banco Popolare rischiò il tracollo, visto dall'interno

Non molti anni fa, le azioni del Banco Popolare avevano superato i 20 euro. Oggi siamo appena sopra i due. Poiché a Vicenza si è passati da azioni (non quotate) da 62,5 euro a 10 centesimi, si può pure dire che qui a Verona è andata perfino bene. Ma era inevitabile che finisse così? Era inevitabile che tanti risparmiatori per cui la Popolare era sicura come una cassaforte finissero coi propri risparmi decimati, e non solo per il calo del prezzo delle azioni? E ancora, allargando un po’ il campo:  da dove nascono i tanti scandali bancari di questo Paese? E perché le nostre banche sono così deboli che, al primo battito d’ali di farfalla da qualche parte nel mondo, vengono travolte?


Sono tutti temi che leggendo  “Sabbie Mobili”, il libro di Fabio Innocenzi che del Banco è stato amministratore delegato fino al 2008, trovano parziali risposte. Un libro prezioso non tanto per i motivi che l’hanno ispirato - è evidente come Innocenzi punti anche a riabilitare il suo nome dalle vicende controverse che l’hanno visto protagonista, su tutti il caso Italease - quanto per lo squarcio che apre su un mondo di cui è molto complicato conoscere i dietro le quinte.  



Innocenzi è un banchiere dalla carriera precoce e prodigiosa. Arriva (anzi, torna, visto che è veronese) a Verona nel 2003 da Boston, dove dirige una società di investimenti per conto di Unicredit. Il presidente del Banco, allora come oggi, è l’avvocato Carlo Fratta Pasini, che cerca un manager capace di “sfruttare le opportunità del mercato” per una popolare che, fino ad allora, si è limitata a raccogliere depositi e prestar soldi. Insomma a fare la “banca del territorio”.


La prima grande opportunità è l’acquisizione di una nobile decaduta, la Banca di Novara. Un’operazione festeggiata dal mercato che però si porta in pancia un seme avvelenato: Italease, di cui Verona diventa prima azionista. Innocenzi mette a dirigere la società di leasing tal Roberto Faenza, un manager “ereditato” da Novara che lui stesso aveva precedentemente accantonato, e con ottime ragioni.


Per farla breve: con Faenza, Italease cresce a dismisura fino a venir quotata in Borsa, ma questa crescita è pompata da derivati speculativi. La truffa viene scoperta e Faenza, che coltiva amicizie pericolose coi “furbetti del quartierino”, arrestato. Innocenzi finisce indagato per aggiotaggio (e buona parte del libro è sul processo kafkiano che ne segue e che si concluderà, molti anni dopo, con un’assoluzione piena) ma, quando fallisce un’operazione di messa in sicurezza di Italease, il Banco rischia di venir travolto. A quel punto Innocenzi, per “placare i mercati”, si dimette. Al suo posto, arriva il rassicurante Pierfrancesco Saviotti, l’uomo che oggi sta conducendo in porto l’operazione di fusione con la Banca Popolare di Milano per dar vita al terzo gruppo italiano.


Una prima facile risposta ai guai del Banco potrebbe quindi essere: è colpa di Innocenzi. Lui ha messo Faenza in Italease, lui non si è accordo di quel che stava succedendo se non troppo tardi. C’è una parte di verità in tutto questo, ma solo una parte. Se fosse tutta e solo colpa di Innocenzi, non si spiegherebbe perché la sua carriera sia continuata brillantemente dopo il Banco: prima a capo della divisione Nordest di Intesa-San Paolo, poi a dirigere la filiale italiana del colosso svizzero Ubs.


Leggendo i suoi resoconti, Innocenzi appare come un pesce rosso in una vasca di squali. Se alla fine verrà ingoiato da Italease, è pur vero che era già stato azzannato da Fiorani (l’acquisizione della Popolare di Lodi si rivelerà “sanguinosa” per il Banco) e aveva scampato per un pelo il morso degli immobiliaristi romani (solo all’ultimo secondo il Banco si ritira da un’operazione che sarebbe stata probabilmente disastrosa: l’acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro).


Il mondo delle banche italiane, come emerge dal libro, ha poco a che fare con l’economia, e moltissimo con la (bassa) politica: la tutela di interessi, posizioni, rendite. Quando due banche si fondono, pare che il problema principale sia la governance: quanti consiglieri espressi da chi (e per questo i cda sono così elefantiaci), come spartirsi i manager. Insomma, come andare avanti come prima, nel momento in cui tutto cambia. Se in questa atmosfera già tossica si inserisce il governatore della Banca d’Italia (Fazio) che, invece di fare l’arbitro imparziale, mette insieme un plotone di pretoriani dal dubbio pedigree nell’anacronistica difesa dell’”italianità”, la frittata è presto cucinata. Sarà in questo clima che matura la folle acquisizione per nove miliardi cash di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi, e che oggi rischiamo di pagare tutti.


Nel libro di Innocenzi, la politica del governo  resta sullo sfondo, un distante rumore di fondo. Di certo, visto dagli occhi di un banchiere che governa miliardi, è molto chiaro il perché il Paese faccia una tale fatica a attrarre investimenti: poca trasparenza anche (e soprattutto) dagli organismi di controllo, cinica furbizia elevata a metodo di sopravvivenza se non di prevaricazione, una giustizia bizantina, l’abitudine di nascondere la polvere sotto il tappeto rimandando impopolari ma necessarie decisioni. Così oggi le nostre banche sono fragili perché, quando potevano essere aiutate (per esempio ricapitalizzandole con soldi pubblici), abbiamo finto che non stessero poi così male. E oggi rischiano di finire nel baratro, e noi con loro.

Poi, anche quando il Titanic inizia a imbarcare l’acqua dopo la collissione con l’iceberg ci sono sempre quelli che continuano a ballare sul ponte. I banchieri, nel libro di Innocenzi, non ne escono bene. Spesso la loro principale preoccupazione è quanti soldi prendono (spesso si tratta di milioni), come possono prenderne di più, quanto possono incassare vendendo le stock option e un altro variopinto campionario di piccole preoccupazioni terrene. Nel sottotitolo del libro Innocenzi si chiede: “Esiste un banchiere perbene?”. La sua risposta sarebbe scontata: “Si, esiste e sono io”. Non so se mi spingerei a tanto, ma anche fosse vero, sarebbe l’eccezione che conferma la regola.

venerdì 8 gennaio 2016

Vincere alla lotteria e perdere alle slot

Una piccola frazione di Veronella chiamata Giavone è stata baciata dalla fortuna. Tra i venti biglietti venduti nella tabaccheria del signor Fattori (nella foto qui sotto), c'era quello del primo premio da 5 milioni di euro della Lotteria Italia. Tra i 70 abitanti del luogo ora è caccia al fortunato vincitore, ma questa pur bella storia di copertina non deve far dimenticare che a vincere è sempre il banco.





Secondo una ricerca del 2012, i veronesi spendono per il gioco oltre mille euro ogni anno, una cifra tutto sommato in linea con la media veneta. (Fonte Agimeg)





Il punto è che le occasioni per provare la sorte non mancano davvero. La provincia di Verona è la prima in Veneto per numero di sale slot: ben 61 mini-casinò che, negli ultimi anni - complice la sempre maggiore liberalizzazione del gioco d'azzardo - spuntano come funghi in ogni angolo, da Malcesine a Legnago, da Valeggio a San Bonifacio, passando ovviamente per il comune capoluogo. Siamo diventati una piccola Las Vegas, quasi senza accorgercene.


Non che le occasioni di giocare siano limitate alle sole sale slot e videolottery dedicate. Tra bar, ristoranti, ricevitorie, tabaccherie, sale scommesse, e chi più ne ha più ne metta, sono quasi 1500 nella sola provincia di Verona gli esercizi commerciali dotati di apparecchi di gioco. Tra questi sono i bar a farla da padrone: oltre mille quelli veronesi dove si può giocare con una slot o simile. (fonte: Agenzia dei Monopoli e delle Dogane)







In totale, a Verona c'è un locale con le slot ogni 639 abitanti. Almeno in questa statistica, non siamo i peggiori visto che Venezia e le piccole Rovigo e Belluno hanno una densità maggiore.





A tutto questo si aggiungono le innumerevoli opportunità di giocare su Internet nei tanti casinò on line che sono nati da tre anni a questa parte, da quando sono stati autorizzati a operare in Italia. 
E così l'illusione di cambiare la propria vita grazie alla dea bendata porta  legioni di persone a giocarsi  - oltre ai propri soldi -  anche la propria dignità, come il bancario di San Giovanni Lupatoto che ha dilapidato al gioco i risparmi dei suoi stessi clienti.

(dalla rubrica Il fatto della Settimana su Radio Adige)



venerdì 27 marzo 2015

Vinitaly: una riflessione dopo le critiche

Sono stato tra i primi a ripostare sui social network questo sfogo del blogger Alfonso Ceravola (qui anche una traduzione in italiano, interessanti soprattutto i commenti) sulle criticità di Vinitaly, non perché condivida in pieno ogni virgola, ma perché mi sembrava un buono spunto di discussione.
La cosa ha fatto il giro del web, generando un appassionato dibattito tra visitatori, operatori, semplici cittadini veronesi. Chi ci si è ritrovato in pieno ("Era ora che qualcuno le cantasse per bene a Veronafiere"), chi la giudica una montagna di banalità, ingiuste e ingenerose (ma c'è anche chi ha provato ad argomentare per bene perché simili lamentele siano esagerate).
Penso che, al netto di tutto questo, alcune cose andrebbero tenute in considerazione per il futuro di una manifestazione cara a chi abita e lavora a Verona, anche per l'enorme indotto che genera.

  1. Crisi di crescita. Vinitaly, che si appresta a festeggiare i suoi primi cinquant'anni di storia, si trova a un bivio. E' cresciuta a dismisura, per numero di visitatori e eco mediatica, imponendosi come l'unico vero evento del vino italiano. E questa, obiettivamente, è la storia di un successo. Il problema è che le aziende che ci vengono, pagando un sacco di soldi tra affitto degli stand, spese di trasferta e personale, vogliono sì essere parte di una grande kermesse, ma prima di tutto puntano a fare business. La fiera lo sa bene, ma non vuole snaturare la formula ibrida (operatori specializzati ma anche consumatori)  anche, molto banalmente, per esigenze di botteghino. La ricerca di un compromesso in tal senso, cui si è iniziato a lavorare con il cambio del calendario (domenica-mercoledì), alzando i prezzi dei biglietti e imponendo la registrazione obbligatoria, è un sottile equilibrio, che rischia di non accontentare nessuno del tutto. 
  2. Concorrenza. Mai come quest'anno si è parlato, in rapporto a Vinitaly, dell'esperienza di Prowein, anche perché in calendario si sono succedute a pochi giorni di distanza. La rassegna di Dusseldorf è molto più giovane (vent'anni) e più piccola (ma in costante crescita) ma da rassegna "regionale" per il mercato del Nord Europa (che per il vino è importantissimo) è iniziata a diventare importante anche per i buyer internazionali (che ci trovano non solo il vino italiano, sempre meglio rappresentato per altro). Vinitaly, a vedere i numeri, non ne ha ancora risentito.
    Ma non c'è da dormire sonni tranquilli perché se passa il messaggio che Verona è una specie di grande wine-bar mentre Dusseldorf un posto serio dove si fanno affari e tutto funziona a meraviglia con standard tedeschi, allora c'è veramente da rimboccarsi le maniche. 
  3. Limiti strutturali. Sia il quartiere fieristico che la città che lo ospita non sono all'altezza degli standard internazionali che gli operatori specializzati richiedono sempre più. I padiglioni in fiera sono vecchiotti, i bagni insufficienti, gli spazi comuni poco confortevoli e poco attrezzati (con ristoranti, ad esempio). Quando l'area di fronte alla fiera (ex magazzini, ex mercato) sarà completata con ristoranti, negozi e un parco pubblico, sarà un naturale sfogo per molte esigenze, ma temo ci sia molto ancora da aspettare. Molto si è fatto per i parcheggi e con i bus navetta, la situazione è migliorata rispetto a qualche anno fa. Ma anche qui: fino a che non ci sarà il parcheggio al casello di Verona Sud e il filobus collegato alla fiera, non si percepirà davvero una svolta. Poi c'è il problema annoso dei taxi, troppo pochi: ma qui è un problema non di Verona, ma dell'Italia intera. 
  4. Nuove esigenze. Molte delle cose di cui sopra hanno fatto parte del folklore di Vinitaly ma  gli operatori paiono sempre meno disposti a tollerarle. In un mondo costantemente connesso e collegato (a proposito: un wi-fi diffuso in tutti i padiglioni non guasterebbe) il battito d'ali di farfalla di uno sfogo su Facebook può fare rapidamente il giro del mondo. Una serie di situazioni spiacevoli (gli ubriachi, i bagarini, i ladri) non sono oggettivamente risolvibili dall'oggi al domani. Ma bisogna dare la sensazione a chi va a Vinitaly che ci si sta provando veramente. Magari anche con una campagna di marketing mirata, nuovi slogan, affiancati da una security discreta ma presente e pronta all'intervento. 
Ciò detto, per quanto mi riguarda, lunga vita a Vinitaly che è una delle migliori intuizioni che questa città ha avuto, dal dopoguerra in poi.

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giovedì 23 gennaio 2014

Un angolo di New York a Verona

Si dibatteva qualche tempo fa sul fatto se Verona sia morta o meno.
Credo che il minimo che si possa dire è che non sia vivissima. Perché non c'è nulla che sprigioni vitalità come la musica suonata dal vivo, e il centro ormai da questo punto è afono.
Una volta non era così. Si suonava nei pub (come l'Invidia a Veronetta), si suonava nei bar (rimango affezionato alle jam session domenicali alla Kappa), si suonava nei locali (perché sì, c'erano i locali: come il Posto in Borgo Venezia). Ogni band poi, com' è noto, si porta dietro il suo piccolo seguito, che compra qualche birra e fa girare l'economia.
Purtroppo, da qualche anno  questa parte, il complessino nel bar - almeno in centro a Verona - è diventato il tabù dei tabù, in ossequio al nuovo mantra che "i residenti hanno diritto di dormire" (giustissimo, ma basterebbe fare rispettare le regole; poi se uno vuole il silenzio assoluto c'è sempre la campagna).  Ci è stato tolto quel poco che c'era - e penso a quell'esperienza unica che era il Carega Jazz Festival - svuotando la città di voci e di note.
Per fortuna c'è qualche ultimo giapponese che non si arrende, come Manu - per lui garantisce pure uno del calibro di Ben Harper -  del Cafè Oberdan, dove cascasse il mondo si suona ogni venerdì e sabato.
(Dal Corriere di Verona di oggi, giovedì 23 gennaio 2014)

Ci vogliono più Oberdan Cafè in questa città, perché la noia, l'apatia, la rassegnazione che fa dire a autorevoli commentatori che Verona è città morta, si combatte anche così. So che non è facile - economicamente parlando - al giorno d'oggi, con tutta la inutile burocrazia che c'è, la Siae, i regolamenti anti-rumore e via dicendo, tenere in piedi un locale dove si suona musica dal vivo. E' un investimento molto più redditizio metter su Sky e far vedere le partite. Oppure piazzare qualche slot, dove i pensionati possono svenarsi. Proprio per questo bisognerebbe sostenere i gestori come Manu dell'Oberdan, quelli della Carega, insomma tutti quelli che in questa città provano a portare un angolo di New York, una spruzzata di Londra, un tocco di Barcellona. Onore a loro.
Rock on! 

martedì 14 gennaio 2014

Niente più Quercia. E siamo tutti un po' più soli

Niente più tagliatelle col sugo di lepre.
Niente più bollito con le patate arrosto.
Niente più buffet (si fa per dire) delle insalate.
Niente più vino rosso o bianco, ti porto la bottiglia paghi solo quello che bevi.
Niente più pere cotte per dessert.
Niente più grana a volontà a fine pasto.
Niente più caffè con bottiglia di grappa.
Niente più conto da dieci euro a testa.
Niente più di magro in Quaresima.
Niente più venerdì pesce (prevalentemente seppie coi piselli).
Niente più gulasch a luglio (che poi era il solito bollito, con un po' di paprika).
Niente più è tutto pieno ma se mi porti una pentola te la riempio e mangi a casa.
Niente più è l'una e mezza e la cucina è già chiusa.



Niente più Quercia. E' ormai ufficiale: il ristorante di via Tonale chiude i battenti, per sopraggiunti limiti d'età. Era aperto da 40 anni e, da allora, non avevano mai cambiato nemmeno una sedia. Forse riaprirà con una nuova gestione. Nulla sarà più come prima.
La notizia, tra conferme e mezze smentite, circolava da un po'. Qualche settimana fa avevo incrociato il figlio del titolare: "Non chiudiamo, le solite esagerazioni. Cambiamo solo il cuoco". Non era vero. La crisi stavolta non c'entra. "Si, è chiuso - mi ha detto il titolare, il signor Luciano, archetipo dell'oste - Andiamo in pensione, semo veci".
La trattoria no, non era vecchia. O meglio sì, lo era. Ma per uno di quei  strani cicli della storia, era tornata "moderna", ultimo rifugio di una veronesità ormai perduta. Non era più solo il ristorante dei "bondolari", come sono stati (poco) affettuosamente definiti gli abitanti di Borgo Trento. Né quello dove i politici (rigorosamente democristiani) si davano appuntamento per stringere patti più o meno leciti. Ci andavano adesso anche i giovani professionisti in pausa pranzo. I gruppi di amici per festeggiare un compleanno.  Le famiglie, prevalentemente sabato e domenica (obbligatorio prenotare) come alternativa alla pizzeria.
Alla Quercia non si andava solo a mangiare. Ci si andava per sentirsi come e più che a casa. Il menù non riservava mai grandi variazioni e questo era un conforto aggiuntivo: come andare a pranzo dalla nonna. Tutto era come una volta: il pavimento in marmettone, le pareti tinta giallina, i tavoli di legno, le tovaglie bianche di stoffa. Tutto questo produceva l'alchimia che ti portava, una volta conosciuto il locale, a tornarci, a volergli bene.
Spero che chiunque arrivi adesso tenga conto di questa pesante eredità, con i ricordi e le aspettative di chi ha frequentato la Quercia per decenni e di chi (come me) l'ha conosciuta in tempi, troppo recenti. Un po' come quando se ne va improvvisamente una vecchia zia: ti dispiace non averla frequentata di più, averla vista un'ultima volta, averle chiesto di ripetere, ancora una volta, quei vecchi proverbi che solo lei conosceva. Adesso ci passi davanti, vedi solo le serrande abbassate, ripensi malinconicamente al chiacchiericcio degli avventori le sere d'estate, in quel plateatico improvvisato sotto i faggi. Già perché poi, di querce in via Tonale, nemmeno l'ombra. 

lunedì 17 giugno 2013

Verona e la moda dei soldi (pubblici) allo sport

Nonmi è mai piaciuta la sponsorizzazione dell'Agsm all'Hellas Verona (un unicum nel panorama nazionale, come avevo spiegato qui) al di là che si sia rivelata o meno un affare per l'azienda (loro dicono di sì). Ma questa può essere quanto meno passata come operazione commerciale, poiché se è vero che l'Agsm è tutta del Comune di Verona, che ne requisisce ogni anno gli utili, è vero anche che si tratta di una spa che deve stare su un mercato competitivo come quello dell'energia e del gas. E le aziende devono farsi pubblicità.
Il problema è che l'operazione Agsm-Hellas ha creato un precedente. E ora la mano pubblica si sente obbligata a intervenire per aiutare qualsiasi società sportiva in difficoltà. L'ultimo caso è quello della Marmi Lanza: non aveva i soldi per iscriversi al campionato di A1 di volley, glieli hanno dato Comune e due aziende parapubbliche come Agsm e Serit. Questi soldi vanno a pagare, tra le altre cose, gli stipendi arretrati dei giocatori.
Tutto questo avviene mentre ci sono piccole associazioni di cosiddetti "sport minori" che si vedono presentare il conto dal Comune: ad una, che conosco direttamente, l'affitto per il campo è stato più che triplicato da un giorno all'altro.
Non sono qua a dire che ci sia una relazione diretta tra l'una e l'altra cosa. Dico solo che le società sportive professionistiche, nella mia personale scala di priorità, stanno in fondo alla lista. Le piccole associazioni sportive dilettantistiche, fatte di volontari, stanno in cima.
Ma forse sono io che sbaglio. 

mercoledì 12 giugno 2013

Il festival del centenario, un'occasione perduta

Non è ancora cominciato, e questo post può essere ingeneroso - lo riconosco - ma il festival lirico del Centenario mi pare già inquadrabile come la classica occasione perduta.
Quando ero giovane, ovvero nel secolo scorso, ho lavorato in Arena, per cinque anni a strappare biglietti. Potevo vedermi gratis l'opera ogni sera e, ciò nonostante, non mi sono mai appassionato al genere. So di essere parte di una larghissima maggioranza che del "bel canto" non gliene frega nulla.
Ecco, è proprio per gente come me che un festival come quello di quest'anno avrebbe dovuto  rivolgersi.
Certo, non mi puoi proporre il solito menù riveduto e corretto spacciandomelo per grande evento. Non ho visto il Galà della Lirica (l'ha visto Aldo Grasso: non gli è piaciuto) ma - da quel che ho letto - non mi è sembrato molto diverso da quello degli anni scorsi: Antonella Clerici, qualche nome aria famosa cantata da qualche cantante famoso...
Al di là di questo, al di là delle nuove produzioni (sarà una grande Aida, pare), al di là dei grandi nomi, la verità è che a Verona tutto va avanti come se nulla fosse. Sarà colpa dei veronesi, poco sensibili, ma se Maometto non va alla montagna, dovrebbe essere il contrario.
Non sarebbero serviti più soldi, solo più idee.
I giovani cantanti in erba di tutto il mondo sarebbero potuti venire a Verona a cantare nelle piazze (in cambio il Comune poteva mettere a disposizione un'area per campeggiare, che mica si possono permettere una camera a 300 euro a notte). Si poteva organizzare una sorta di "fuori-salone" promuovendo la contaminazione della lirica con altre forme musicali (rock, jazz). Si poteva organizzare una notte bianca a tema, magari in occasione della prima all'Arena. Si poteva organizzare una rassegna di cinema all'aperto proiettando qualche vecchia rappresentazione all'Arena.
Si poteva fare molto di più, al di là delle mostre che pochi andranno a vedere, degli "eventi" che pochi frequenteranno. Si doveva coinvolgere la città e attirare i giovani, creando un atmosfera internazionale.
Va beh, pazienza. Sarà per il prossimo centenario. 

martedì 11 giugno 2013

S'io fossi Flavio

Voglio dirlo chiaramente: abbiamo perso e me ne assumo tutta la responsabilità. In altri casi, in passato, non ho esitato ad attribuire le colpe a chi le aveva, anche quando si trattava di personalità della mia parte politica, quando non del mio partito, ma ho sempre pensato che occorra dire le cose come stanno, anche quando non conviene.
Oggi che al comando ci sono anche io, non voglio rifugiarmi in frasi di circostanza, non cercherò alibi. La colpa, benché non solo mia, è anche mia. Come attenuante, va riconosciuto che la Lega negli ultimi tempi non sta passando un bel periodo. Ma gli scandali, i diamanti di Belsito, i soldi in Tanzania, sono ormai cosa di un anno fa e non spiegano la disfatta di queste elezioni. D'altra parte, non si capirebbe come un partito devastato come il Pd, dopo i casi Penati, Mps (per tacere di quanto hanno combinato in Parlamento) abbia vinto dappertutto.
Se abbiamo perso, le vere ragioni sono altre, e bisogna avere il coraggio di ammetterle, se vogliamo rinascere.
Non abbiamo saputo allevare una classe dirigente nuova e credibile, e se ci siamo visti costretti a ricandidare Gentilini,  al quale pure ci lega affetto e riconoscenza, vuol dire che dietro di lui c'è davvero il vuoto.
Dobbiamo tornare ad ascoltare la nostra gente, i nostri militanti, ma anche - più in generale - i cittadini.
Da mesi parliamo di cose incomprensibili, come la Macroregione. Io stesso ho dedicato molte delle mie energie - troppe - nello sviluppo della mia lista , che al momento è percepita come un contenitore senza idee, che per giunta fa ombra alla Lega, una specie di autobus dove si sale coi propri voti, per regolare conti aperti con altri.  Non è così che dev'essere, su questo, io, ci ho messo la faccia.
L'intera strategia delle liste civiche è da rivedere. Anche perché a queste elezioni le hanno fatte meglio gli altri, vedi Bussolengo e Sona: più vere, più autentiche, io invece sono passato come il colonizzatore che arriva da fuori e non mi nascondo dietro un dieci o quindici per cento preso per dire che comunque è andata bene. Non è così.
Abbiamo il dovere di dire chiaramente ai nostri militanti cosa diventerà la Lega e, a posteriori, bisogna ammettere che tute quelle espulsioni sono state un errore. Ho dato l'impressione di essere della stessa pasta di quelli che ho combattuto, per anni, dall'interno.
Devo la mia fortuna politica alla mia capacità di ascoltare la gente, di capirne gli umori e interpretarli. Devo ammettere che, da qualche mese a questa parte, qualcosa si è spezzato.
C'è ora chi mi chiede le dimissioni ed è una richiesta che comprendo, dopo quanto successo in queste elezioni. Le mie dimissioni sono lì, sul tavolo, anche se intorno a me non vedo grossi geni della politica. Se me lo chiederanno, tornerò ad occuparmi al cento per cento della mia città, che ultimamente ho un po' trascurato e si vede, anche perché molte persone a cui ho delegato non si sono rivelate all'altezza. Ma anche questo, in fondo, è una cosa di cui mi devo assumere piena e totale responsabilità. 

martedì 28 maggio 2013

La Lega non ha perso per i diamanti

Spazzata via a Vicenza, aggrappata all'immortalità di Gentilini a Treviso, reduce da scoppole mai viste in provincia di Verona (come a Villafranca, dove ha preso il 3 per cento): la Lega Nord, il giorno dopo il verdetto delle urne delle elezioni comunali, si riscopre moribonda.
Cosa ha portato quella maggioranza (relativa) degli elettori veneti che solo pochi anni avevano affidato le proprie speranze di cambiamento al Carroccio a punire in modo così duro i candidati di quella che, un tempo, veniva chiamata "la Potentissima"?  I leghisti (quei pochi rimasti, almeno) dicono - in buona sostanza -   di aver perso per colpa dello yacht di Bossi jr e dei diamanti di Belsito. Insomma, per tutta quella sequela di scandali che ha portato, ormai più di un anno fa, alle dimissioni di Bossi da segretario e all'investitura, tra un tripudio di scope, di Maroni. La stessa spiegazione fornita, due mesi fa, per giustificare il flop alle politiche.
Sinceramente, ho i miei dubbi.
La Lega ha perso perché si è avviluppata su un tatticismo attendista tipico di chi non ha orizzonte: un tatticismo che l'ha portata a governare le tre Regioni del Nord nel momento di massimo scollamento dai suoi militanti. Militanti che non capiscono che roba sia la Macroregione, se il Pdl sia un alleato o un avversario, se la lista Tosi debba prendere i voti fuori dalla Lega o punti a svuotare sempre di più la stessa Lega fino a farla scomparire. Militanti che quando danno voce a questi dubbi, in modo più o meno colorito, rischiano di venire espulsi.
La Lega ha perso perché non ha (più) un progetto chiaro, perché continua a ripetere le sue parole d'ordine - contro gli immigrati, per esempio-  non rendendosi conto che gli italiani  in questo momento hanno altri problemi a cui pensare rispetto al fatto se la clandestinità sia o meno da considerarsi reato. Tanto più che gli immigrati scappano dall'Italia come e più degli italiani. Per non parlare poi di  autonomia e federalismo, concetti nobili che la stessa Lega ha contribuito a svuotare di senso negli inconcludenti anni al governo.
La Lega ha perso (e perderà) perché ha fallito la sfida del cambiamento generazionale. Dietro i Tosi, i Zaia, i Salvini (che per altro sono sulla scena da parecchio tempo) non ci sono volti nuovi su cui scommettere.  Ha cacciato Bossi per ritrovarsi con Maroni, fedele compagno del senatùr per 30 anni. Nei due comuni veneti più importanti, Treviso e Vicenza, ha candidato due icone ammaccate della vecchia guardia, come Giancarlo Gentilini e Manuela Dal Lago, la stessa che ha commentato:  "Perché ci dovrebbero votare?". Già, perché?


lunedì 22 aprile 2013

Pd e Lega: il dilemma dei ribelli

Sparare sul Partito democratico, di questi tempi, è peggio che sparare sulla Croce Rossa, quindi evito. Piuttosto, mi concentro su una nota a margine del dibattito che ha per titolo "Il Pd ha sbagliato tutto, ha consegnato il suo elettorato a Grillo e il Paese a Berlusconi": quella che riguarda l'influenza di facebook e twitter sul comportamento dei "giovani" parlamentari Pd che hanno affossato Marini. 
Molti parlamentari Pd (a Verona tre su quattro: D'Arienzo, Rotta e Zardini) sono stati eletti grazie alle primarie: hanno preso, nel caso veronese, dai 2.500 ai 3.500 voti, che gli hanno consentito di staccare il biglietto per Roma. Ora, questi voti sono non sono "amici" su  facebook o follower su twitter: sono persone vere, in carne ed ossa, che usano i social network per comunicare con la persona cui hanno dato fiducia. Credo che i parlamentari, questi votanti, li conoscano quasi uno per uno. Dire che non dovevano ascoltarli e fare come chiedeva loro il segretario (ora dimissionario) del loro partito era una battaglia persa in partenza. 
Il loro dilemma è simile, seppur in proporzioni diverse, a quello che vivono i militanti dell'unico altro "vero" partito rimasto in Italia (tralascio i partiti "personali" o para-aziendali), ovvero la Lega Nord. C'è un caso, a Verona, che sta scoppiando. A Villafranca, dove si vota tra poco più di un mese, il "capo" Tosi ha chiesto ai leghisti locali di appoggiare il candidato scelto dalla "Lista Tosi", il primario siciliano Pecoraro (il "Marini" della situazione). Ma loro non ci stanno: i loro elettori non glielo perdonerebbero  e quindi di schiereranno con il sindaco uscente del Pdl, Faccioli (il loro "Rodotà"...), condannandosi così all'espulsione dal loro partito. D'altra parte, gli atti di ribellione non sono mai senza conseguenze. 
E qui torno ai "nostri" parlamentari del Pd, ed in particolare a chi, come Alessia Rotta e Vincenzo D'Arienzo, ha contribuito ad affossare Marini per dire no alle large intese con Berlusconi, e ora si troverà a votare un "governissimo" appoggiato dallo stesso Berlusconi: un boccone, per chi li ha votati, ancor più indigeribile di quello di Marini.  Se voteranno la fiducia, tradiranno i loro elettori; se non la voteranno, abiureranno al loro partito. So che hanno stipendio invidiabile e privilegi, ma io davvero - in questo momento - non li invidio. 

venerdì 12 aprile 2013

In morte di un (bravo) ambientalista

E' morto Sandro Campagnola, curatore di un bel sito che racconta(va) il lato oscuro della Valpolicella e da cui ho tratto spesso ispirazione per scrivere i miei articoli. L'ho incontrato di persona una sola volta, esattamente due anni fa. Mi aveva dato appuntamento al quartiere Navigatori, dove aveva un ufficio. Abbiamo mangiato assieme un panino e parlato per un paio d'ore di quella terra alla quale eravamo entrambi visceralmente legati e che soffrivamo nel vedere, ogni giorno, violentata e sfregiata da chi non ne aveva compreso il valore e la bellezza. Ho ritrovato il resoconto di quella chiacchierata qualche giorno fa, riordinando i miei appunti. Quasi un segno del destino. La pubblico qui, senza cambiare nulla, come un piccolo e personale omaggio a una persona vera, che ha combattuto fino alla fine in quello che credeva. E sarebbe bello se ora qualcuno, in sua memoria, compilasse questa tabellina che lui aveva lasciato vuota.


12 aprile 2011
 Sandro Campagnola abita a Valgatara, è il curatore del sito teladoiolavalpolicella.
Un cancro lo sta divorando da anni: è partito da un rene, poi è andato in metastasi prendendogli i polmoni. E’ inoperabile: il farmaco che gli hanno prescritto serve solo a guadagnare tempo.
Magari è stata sfortuna. Magari era scritto che andasse a finire così. Ma nulla può togliergli dalla testa il pensiero che una piccola, invisibile particella di metallo pesante si sia infiltrata un giorno nel suo organismo. Gli anticorpi, addestrati ad allertarsi contro virus e batteri, l’hanno lasciata perdere, credendola innocua. Ma lei si è depositata, e i tessuti intorno si sono infiammati, creando il brodo di coltura ideale per il proliferare delle cellule tumorali.
Da dove è venuta quella particella? Sandro abita nel cuore della Valpolicella, a Valgatara, circondato da pregiati vigneti nutriti  però di velenosi pesticidi e da un cementificio che  si è incuneato decenni fa nei dintorni di Fumane.
Fermare i progetti di ampliamento di Cementirossi e creare le condizioni perché l’azienda levi le tende sono diventate le ragioni della sua vita. Dal suo sito, non esattamente un blog, dà notizie, esprime opinioni, lancia provocazioni. Come quella studiata per smascherare il ricatto occupazionale dell’azienda: “ma quanti sono i dipendenti Cementirossi? Sono 100, oppure 50, 40, 30…”. Per questo riceve svariate mail d’insulti da dipendenti, il più delle volte anonimi.
Sandro è cosciente che se la sua battaglia dovesse avere infine successo, molta gente perderebbe il lavoro. Ma per lui questa è una responsabilità dell’azienda, che non ha studiato nessun piano alternativo al nuovo forno (per Sandro, come per gli altri ambientalisti della zona, un inceneritore mascherato) per altro bocciato dal Tar. “Non abbiamo mai detto che l’azienda deve chiudere domani – spiega – ma dovrebbe fare un piano per arrivare alla chiusura programmata in un arco di alcuni anni”. Sa di cosa parla: il suo lavoro, che ora svolge in forma saltuaria, è quello di consulente aziendale, specializzato in crisi aziendali. Un po’ come il George Clooney di Tra Le Nuvole, dev’essere stato bravo. “Non ho mai subito intimidazioni, mai una gomma tagliata della macchina”.
Ora che si batte contro il cementificio è diverso. Non solo per lui. Franco Scamperle, viticoltore proprietario della cantina “Le Salette” e tra i firmatari del ricorso al Tar contro il cementificio, si è trovato dodici vigne tagliate.
Gli oppositori, tra gli imprenditori, del cementificio sono una piccola coalizione formata da Franco Allegrini, Giorgio Sboarina (fratello di Re Lele) de La Costa degli Ulivi, e Ugolini di Ugolini Petroli, che ha dietro una cinquantina di piccoli imprenditori della zona. I due comitati che svolgono il lavoro sporco sono Valpolicella2000 e Fumane Futura.
Politicamente, mi dice che il sindaco di Fumane ha un atteggiamento pilatesco. Nella Lega, che pare sia l’unico partito che conta ormai, ci sarebbero spaccature, ma Tosi avrebbe promesso pressioni sulla soprintendenza per non consentire gli scavi nella collina di Marezzane. 

A posteriori, non so dire se  quelle valutazioni di Sandro fossero corrette. Registro che, effettivamente, la soprintendenza ha bloccato gli scavi a Marezzane e il Tar ha confermato la decisione. Ma, quella contro il cementificio, era solo una delle tante battaglie di Sandro, che aveva una sola, vera, linea editoriale: non possiamo abdicare al bello, che è la nostra unica ricchezza. Una lezione che purtroppo, in questo Paese di grandi tesori coperti di ancora maggiori brutture, in pochi hanno assimilato.

mercoledì 27 marzo 2013

Sir Paul in un'Arena profanata

Caro Paul. No, aspetta: gentile signor McCartney. Uhm, facciamo: egregio baronetto.
Va beh, ci siamo capiti.
Qui a Verona siamo tutti very excited dopo aver saputo che verrai a suonare all'Arena, il prossimo 25 giugno. I prezzi dei biglietti, te lo devo dire, sono un po' eccessivi, ma per te faremo uno sforzo. D'altra parte, la tua stessa presenza è un evento: ho avuto la fortuna di vederti l'anno scorso a Londra, quando sei salito a sorpresa sul palco con Bruce Springsteen. Cantavate Twist&Shout, la tua voce non è più quella di un tempo, ma chi se ne frega: noi tutti in visibilio, a ballare nel fango di Hyde Park, fino a che vi hanno tolto la corrente, come nel '69 al concerto sul tetto della Apple. Mitico!
Ma ora, caro sir Paul, veniamo al punto. Sono certo che, se hai scelto Verona come unica data italiana - per giunta nell'anno del cinquantesimo anniversario della formazione dei Beatles - lo hai fatto per l'Arena. Un contesto suggestivo, magico, e via aggettivando. Magari ci farai pure un Dvd e andrà a ruba. Ti voglio però avvertire: temo che il tuo concerto non sarà l'evento dell'anno.
Come dici? No, non sei insediato dal programma per il centenario della prima Aida in Arena, per altro a duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi ( fossi io nella fondazione lirica, avrei chiesto a tutti gli artisti che si esibiranno in Arena quest'anno un omaggio alla ricorrenza: non sarebbe male vederti cantare Va' Pensiero, potresti riesumare qualche vecchio arrangiamento di Phil Spector). Ho paura che la città si accorgerà appena di questo importante anniversario e sarebbe un peccato perché niente come la vecchia opera si adatta a far vivere, davvero, questo teatro di quasi duemila anni d'età (e tutto l'indotto di alberghi e ristoranti).
Caro Paul, non voglio essere troppo snob, ma mi piange un po' il cuore a pensare che l'Arena, in quest'anno così importante e ricco di ricorrenze, sarà ricordata soprattutto per questi ragazzini qua.


Che pena. Ma il vero tuffo al cuore sarà vedere l'ondata di giovanissime fan che si strapperanno i capelli, che si accamperanno in piazza Bra, che ricorreranno a ogni sotterfugio pur di avere il biglietto che non sono riuscite a comprare (l'unica consolazione è che non hanno ancora l'età per votare). Si sta scatenando una specie di follia collettiva, amplificata dai social network, e spero che almeno quel giorno (il 19 maggio) il tempo sia molto, molto inclemente.

La Beatlesmania era un'altra cosa: c'erano i Beatles. Per voi si, era lecito fare qualunque cosa. Eravate il simbolo di un'epoca nuova, di una generazione che ribolliva e reclamava il suo posto al sole. Suonavate una musica mai sentita prima, eravate allo stesso tempo pop e avanguardia. Questi qui sono diversi: sono un prodotto commerciale, costruito a tavolino, pompato da milioni di dollari di pubblicità più o meno diretta. Non dovrebbero salire sullo stesso palco che calcherai anche tu, è ingiusto, è sbagliato. I luoghi hanno un cuore e un'anima, a maggior ragione quelli che ospitano la musica: questi qui non li farebbero mai suonare al Madison Square Garden (come dici Paul? Hanno suonato anche li??? Cristo santo).
Che ti devo dire, caro Paul, io spero che la tua presenza potrà redimere questa ennesima profanazione dell'Arena. Ma la verità è che ho perso ormai la speranza. Per i classici 30 denari ci troviamo (costretti?) a dover nobilitare, con il nostro retaggio di storia millenaria, l'ultima trovata disperata di un'industria discografica senza ormai nulla più da dire, se non riesumare l'ennesima boy-band di minorenni efebici.
Non posso non ricordare che mentre loro cantano quant'è bello essere gggiovani, tu a 15 anni avevi già scritto "When I'm 64": una canzone che parla di futuro.
Quel futuro che noi, oppressi dal passato e schiacciati dal presente, non sappiamo più nemmeno immaginare.



martedì 19 marzo 2013

Che ci frega dell'aeroporto di Brescia?

Non fossi un addetto ai lavori, penso che la mia reazione alla notizia della firma della concessione quarantennale per l'aeroporto bresciano di Montichiari al veronese Catullo sarebbe stata su per giù un'alzata di spalle. E allora? Cosa cambia nella mia vita? Insomma: chi se frega.
Avrei sbagliato. Un po' come chi dice: "Lo spread? Un'invenzione!". E poi però dimentica che l'Italia è Paese che (soprav)vive solo grazie al debito e che più lo spread è alto più è costoso farsi prestare i soldi che servono per pagare gli stipendi di medici e insegnanti, sostenere gli anziani in casa di riposo, tappare le buche delle strade.
Riassunta in poche parole la questione D'Annunzio (così si chiama lo scalo bresciano) si può spiegare così: per 14 anni anni il  Catullo - e quindi noi veronesi, che del Catullo siamo azionisti attraverso Comune, Provincia e Camera di Commercio - ha buttato una marea di soldi (si parla di decine e decine di milioni di euro) in qualcosa che nemmeno era, tecnicamente suo. Immaginiamo di prendere una casa in affitto, ristrutturarla per bene, e poi un bel giorno venire sfrattati: quello che noi pensavamo fosse un investimento, si rivelerebbe la più atroce delle beffe. Ora, la concessione è sostanzialmente un prolungamento - di 40 anni - del contratto di affitto della casa da cui, appena tre mesi fa, eravamo stati sfrattati.
La prima conseguenza di questo è chiara a tutti: visto che la casa, adesso, è mia, se non ci abito posso almeno subaffittarla a qualcuno e rientrare in possesso di un po' di quei soldi che ci ho speso. E' questo che il management dell'aeroporto intende quando parla di un piano di rilancio "finalizzato all'ingresso di partner industriali".
Per il resto, la strategia per Montichiari è ormai delineata: dovrà diventare un aeroporto specializzato nelle merci facendo concorrenza non tanto a Malpensa (dove oggi atterranno la maggior parte dei cargo) ma agli scali del Nord Europa (Francoforte, Monaco ecc): già perché la maggior parte delle cose che importiamo atterra in Germania e viene trasportata in Italia via camion. Non ho né gli elementi né le competenze per dire se questo piano riuscirà: di certo, perché abbia almeno qualche possibilità, la concessione era fondamentale. Mica posso convincere i cinesi ad atterrare sulla mia pista se non ho  nemmeno la certezza che l'hanno prossimo sarà ancora la mia pista.
Infine, i riflessi su Verona. Il Catullo non va troppo bene: troppi costi (che in questo ultimo anno si è cercato di tagliare pesantemente, dopo il maxibuco di 26 milioni nel 2011) e un futuro incerto. I voli charter, su cui un tempo Verona era specializzata, sembrano ormai un retaggio del Novecento. Sui low-cost, dopo il clamoroso divorzio da Ryanair, si raccoglieranno le briciole. Rimangono i voli di linea, dove restano alcune rotte ben presidiate, ma in generale poca roba. Ecco che l'aeroporto di Brescia, con quei suoi margini di crescita tutt'ora ignoti e inesplorati, può in prospettiva rappresentare tantissimo per Verona: magari, in un futuro non troppo distante, contribuire a tenere aperto uno scalo (importantissimo per l'indotto della città) che, per ragioni puramente industriali, potrebbe perfino essere chiuso. La vera domanda, insomma, non è tanto: chi se ne frega di Montichiari? Piuttosto: riuscirà il tenente colonnello D'Annunzio a salvare il soldato Catullo? 

lunedì 18 marzo 2013

La (cinica) follia del lusso ai tempi della crisi

Sono stato, sabato pomeriggio, a visitare l'Excelsior, il nuovo grande magazzino del "lusso" che ha aperto da qualche giorno a Verona in fondo a via Mazzini, al posto della vecchia Upim. Sul mio giornale, in settimana, avevo letto l'intervista dell'amministratore delegato del gruppo Coin Stefano Beraldo che, nello spiegare i nove milioni di euro investiti nella struttura,  esordiva così: "Investire oggi in Italia può sembrare una follia, ma se qualcuno ci domanda se siamo folli, questa è la nostra risposta".  Credo che non ci sia nessuna folle follia nell'Excelsior Verona (a parte le borse del marchio omonimo, al suo interno) e, per spiegare il perché, la prenderò un po' da lontano. Ma non troppo: alla fine è una cosa che ci riguarda più o meno tutti.
L'Excelsior, che già è a Milano, riprende in piccolo il concetto dei magazzini Harrod's di Londra o dei Lafayette di Parigi, ma si limita a vendere vestiti e profumi di marca (presto si potrà anche mangiare nella "food hall"): l'offerta sembra quella del duty free di un  grande aeroporto internazionale. D'altra parte, il concetto stesso di lusso è cambiato, da quando il lusso è diventato "di massa": ha poco a che fare con il pregio dei tessuti, la qualità delle finiture, ha molto a che fare con il design, il brand. Insomma, si rischia di spendere 300 euro per comprare un maglione non molto migliore di quello che si trova al mercato, benché in un ambiente certo diverso, luminoso, accogliente (per me soffocante), dove si viene "coccolati" da uno stuolo di giovani commessi.
 Ma poi non è questo in fondo il punto: alla fine ognuno è libero di spendere i propri soldi come vuole, no? La vera domanda in realtà è un'altra: chi, di questi tempi, ha dei soldi da spendere? E qui torniamo alla "follia" di cui sopra e del perché, secondo me, non c'è nulla di folle. Il mondo in cui viviamo è tremendamente diseguale: i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre la schiera dei poveri si ingrossa con chi, fino a ieri, se la cavava dignitosamente. Eppure, la maggior parte di noi ha una visione ancora troppo edulcorata della realtà: in sostanza, non ha la percezione di quanto davvero siano ricchi i ricchi, di quanta quota della ricchezza detengano rispetto a tutti gli altri. Vedere per credere questo video sulla distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti (dove le cose accadono sempre un po' prima che da noi): la maggioranza degli americani vorrebbe un sistema più equo, ma la sua percezione delle diseguaglianze non ha nulla a che fare con la realtà, che è molto, molto peggiore di quanto s'immagini. Questo è il mondo che sta plasmando questa lunga crisi: se in passato vigeva la regola dell'80/20 (l'80% della ricchezza mondiale è detenuto dal 20% della popolazione), lo schema sta diventando sempre più quello del 99/1 (il 99% detenuto dall'1%).
Ora, se io fossi un imprenditore del lusso, mi preoccuperei - con una punta di cinismo - di non disperdere  i consumi di questa piccola quota di straricchi. Come fare? Per esempio, concentrando in un solo luogo open-space una serie di boutique dai marchi noti e riconoscibili, in un ambiente "sfarzoso" ma accogliente. Come dite? Una follia? 

martedì 12 marzo 2013

Traforo vs Filobus

Il Passante Nord, e con esso il traforo delle Torricelle, ha fatto un notevole passo avanti con la firma della concessione dei lavori, la settimana scorsa. Ma attenzione: l'iter è tutt'altro che concluso. Servono i certificati antimafia, la Valutazione d'impatto ambientale dal ministero (e i neoparlamentari Pd e grllini promettono che la bloccheranno: vedremo), soprattutto serve una montagna di soldi che le banche dovranno prestare a chi si accollerà l'investimento (un totale di circa un miliardo di euro, compresa la manutenzione) con la speranza di vederselo ripagare dai pedaggi. Sullo sfondo, i problemi della Mantovani, l'impresa di costruzioni che promette di entrare nella nuova società di progetto con un ruolo da protagonista. Ma protagonista, delle cronache, è stato in queste settimane Pierangelo Baita, il presidente, arrestato per una storia di fatture false con l'accusa di evasione fiscale e truffa (e c'è chi ipotizza un giro di mazzette).
Di fronte a temi come quello del traforo, si rischia sempre di dividersi in fazioni: guelfi contro ghibellini, sostenitori delle grandi opere a prescindere "perché portano posti di lavoro e sviluppo" e all'opposto campioni dell'effetto "Nimby" - not in my backyard. Alla fine rischia di sfuggire il nodo di fondo, l'idea di città che si avvalla con il traforo (e che, occorre dirlo, la maggioranza dei veronesi ha legittimato con il voto): una città dove il trasporto automobilistico resta la forma principale di mobilità, dove si preferisce pagare un pedaggio per utilizzare una galleria che un biglietto dell'autobus per muoversi, a costi sociali molto più ridotti.
C'è da capirli i veronesi: il trasporto pubblico qui è assolutamente inadeguato. Ma guardiamoci intorno. A Padova, ormai da 5-6 anni, si muovono con un tram su rotaia che taglia la città da nord a sud con frequenza ogni sette minuti. A Brescia hanno appena inaugurato una avveniristica metropolitana con guida automatica: una sommessa ambiziosa (e costosa) per una città così piccola, che ha deciso di investire nel trasporto  pubblico quello che a Verona si spenderà per il traforo (circa 900 milioni di euro). A Verona,  si è puntato su un filobus "low-cost" che promette pochi disagi di cantieri e grande flessibilità. C'è da sperare che tecnici e assessori abbiano studiato bene la lezione di Bologna, che con un filobus (a guida assistita) ha preso un enorme cantonata ed ora è costretta a tenere i mezzi a marcire nei depositi.
Al netto di tutto questo, però, mi frulla nel cervello una domanda: se il filobus manterrà le promesse e rivoluzionerà davvero la mobilità di Verona, togliendo quindi migliaia di auto dalle strade, che bisogno ci sarebbe del traforo?
P.s. In questa intervista a L'Arena, il boss di Technital Massimo Raccosta risponde anche a questa domanda, sostenendo che solo quando il traforo libererà la città dalle auto, il filobus potrà funzionare davvero. Sommessamente, mi tengo tutti i miei dubbi. 

venerdì 1 marzo 2013

Visto da Verona: non può che essere Pd-Grillo

Dopo un iniziale momento di smarrimento, mi sto lentamente convincendo che i risultati delle elezioni non sono così male come sembrano. Certo, all'apparenza sembra un tutti contro tutti foriero di un'instabilità di cui l'Italia non ha certo bisogno. Eppure, ci sono alcuni elementi finora sottovalutati che,  a mio parere, una volta insediato il Parlamento, diventeranno importanti, forse decisivi.
Partito democratico e Movimento 5 Stelle hanno diverse affinità e non vedo perché non possano provare a fare un governo. Grillo dice che Bersani è uno "stalker politico", che il Pd sta mettendo in piedi un "mercato delle vacche", che non voteranno mai nessuna fiducia. Vedremo se si tratta di semplici schermaglie, o meno.
Per adesso, mi soffermerei su altri elementi. Primo: sia i parlamentari del Pd che quelli del M5S devono la loro elezione alle primarie. Possiamo criticare all'infinito i metodi di selezione degli uni e degli altri, la cosa indiscutibile è che gli uni e gli altri sono in Parlamento perché le rispettive "basi" hanno dato loro fiducia. E le due "basi", mi pare, sono tutt'altro che ostili all'idea di un governo comune, che non ha certo l'ambizione di durare cinque anni, ma che può realizzare alcune riforme importanti (costi della politica, legge elettorale) su cui le posizioni sono simili.
Per quanto se ne sia data un'imagine caricaturale - e gli eccessi verbali di Grillo non fanno che amplificare questo effetto - i grillini sono tutt'altro che marziani. Parlo per quelli che conosco, quelli di Verona. Gente istruita, magari inesperta, non certo dei barricaderi con il coltello tra i denti, ma persone apparentemente di buon senso, che guardano alle buone pratiche dell'Europa del nord. In parlamento ci sono loro, Grillo no. E quelli del Pd? I veronesi li conosco bene, so che difficilmente voterebbero la fiducia a un governo con Berlusconi: i loro elettori (quelli che li hanno votati alle primarie e fatti eleggere) li spellerebbero vivi. In ultimo, le primarie hanno - se non eliminato - certamente attenuato le logiche di corrente che hanno devastato il Pd negli ultimi anni: c'è da sperare che più gente decida, adesso, con la propria testa, e non sotto ricatto dei capibastone.
C'è poi anche una questione generazionale: le primarie del Pd hanno in buona parte svecchiato gli eletti, e pure i grillini sono in buona parte under 40. Gente che conosce bene la realtà (spesso drammatica) dei giovani, della precarietà, per averla vissuta anche sulla propria pelle. Lo stesso non si può dire né del Pdl  (i cui volti nuovi si contano sulle dita di una mano), né dei "montiani" (una pattuglia che pare fin troppo aristocratica).
Sono davvero curioso di vedere cosa succederà in Parlamento. Mai questa volta, con leader profondamente delegittimati (Bersani ha condotto una campagna elettorale suicida e ha incassato un risultato disastroso) o al contrario eccessivi fino a derive messianiche (ma ricordiamoci che uno dei comandamenti del M5S è che ognuno "vale uno", Grillo compreso), deputati e senatori saranno responsablizzati come non mai. Dopo anni di schiaffi al Parlamento, a me sembra tutto sommato una buona notizia. Altro che tornare a votare: adesso che il Paese è diviso in tre blocchi, i due più "simili" devono necessariamente mettersi attorno a un tavolo e trovare un terreno comune. Gli eletti facciano quello per cui abbiamo mandati a Roma e per cui li paghiamo. Ci governino, possibilmente bene.

mercoledì 30 gennaio 2013

L’Arsenale e la paura del nuovo


Ho letto la petizione che gira in questi giorni “a favore del mantenimento dell’Arsenale asburgico di Verona in mano pubblica e della sua esclusiva destinazione ad attività di pubblica utilità”. L’ho letta, e non mi convince per nulla. Non mi convincono le premesse, quando si ventila che ogni “manomissione” dell’Arsenale “potrebbe compromettere lo status di patrimonio dell’umanità” di Verona come stabilito dall’Unesco. O come quando si afferma che “la cittadinanza si è riappropriata di questo spazio, rendendolo, dopo una lunga attesa, il luogo preferito per il tempo libero e la socializzazione del quartiere di Borgo Trento”. Sinceramente, non capisco cosa ci sia da manomettere in un complesso che cade letteralmente a pezzi; ogni volta che ci passo, poi,  provo un senso  di tristezza per tutto quello spazio vuoto, buio (di sera), non sfruttato, se non per qualche film proiettato d’estate o qualche piccola iniziativa come il mercatino del vintage. Ma soprattutto, della petizione (che è appoggiata anche dal Partito democratico) non mi convincono le conclusioni: ovvero,  che questo enorme spazio a due passi dal centro debba restare esclusivamente in mano pubblica e che vada quindi rigettata al mittente senza troppi complimenti la proposta di una cordata privata (Contec- Rizzani De Eccher) disposta a investirci una bella camionata di soldi con lo scopo di valorizzare il tutto  in senso commerciale.
Da tempo a Palazzo Barbieri si arrovellano su cosa fare dell’Arsenale. Ai tempi dell’amministrazione Zanotto era stato commissionato un progetto allo studio Chipperfield, con l’idea di trasferirci il museo di storia naturale. Costo stimato? 60 milioni di euro: un libro dei sogni per le finanze pubbliche, anche allora che le cose giravano un po’ meglio, figurarsi oggi. E poi, era sostenibile un museo di quelle dimensioni, con i conseguenti costi di gestione?  Sta di fatto che non se ne fece nulla. Si arriva così all’amministrazione Tosi che, dopo l’ennesimo risiko di permute con la solita fondazione Cariverona (che ha in progetto diversi musei: auguri), si ritrova 12 milioni di euro da investire nell’Arsenale. Fa così un bando e arriva la proposta in questione. Sul piatto i privati mettono 36  milioni circa, che si aggiungono ai 12 del Comune. Il progetto prevede, nella corte est, un asilo nido, spazi per le associazioni, un centro anziani e la sede della circoscrizione; nella corte ovest una sorta di polo “didattico-creativo”, con una scuola della moda, l’Accademia Cignaroli (la cui sede oggi cade a pezzi) oltre ad uffici (probabilmente la nuova sede dell’ordine degli architetti). La palazzina di comando resta a destinazione museale e potrebbe diventare un prolungamento del museo di Castelvecchio. Nella parte centrale, le attività commerciali: nessun supermercato o negozio di cianfrusaglie, ma “insediamenti di qualità” (l’esempio ricorrente è Eatitaly), il tutto con una piazza “coperta” in modo da far vivere il sito tutto l’anno.
C’è chi grida alla “svendita” per  la concessione di  99 anni richiesta dai privati come condizione per investire. Di fatto, due terzi dell’Arsenale verrebbero così ceduti. Penso che sia un nodo fondamentale su cui è giusto discutere e che il Comune, in sede di trattativa, debba fare di tutto per limare al ribasso il più possibile. Ma il punto a me sembra un altro: solo con l’intervento di privati l’Arsenale può tornare a vivere. Certo, nessuno vuole vedere un luogo come l’Arsenale trasformarsi in una sorta di “Grande Mela”, ma non mi pare che il progetto preveda questo, anzi. E dubito che sia anche nell’interesse di chi investe simili somme ( 36 milioni non sono noccioline) tanto più  che  a Verona, di centri commerciali ce ne sono fin troppi: quel che manca, semmai, sono proprio le attività “di qualità” che fioriscono altrove (penso a Milano o a Bologna, per non parlare di una qualsiasi città del nord Europa) dove il nuovo non spaventa, ma incuriosisce.
P.s. Che i 12 milioni di euro del Comune possano bastare per ristrutturare il complesso – come sostengono i comitati -  a me pare una pia illusione.  Ma, anche fossero sufficienti, cosa ce ne faremmo poi dell’Arsenale tutto “pubblico” e senza più il becco di un quattrino?  

lunedì 7 gennaio 2013

Il modello Verona è morto

Per otto mesi Roberto Maroni ha indicato nel "modello Verona" la strategia per raggiungere l'obiettivo della sua nuova Lega: ovvero diventare il partito egemone del Nord, come la cdu è per la baviera in Germania, per poi contrattare nuovi livelli di autonomia con Roma. Modello Verona sta a significare la formula con cui Flavio Tosi ha rivinto l'anno scorso le elezioni: Lega più liste "civiche" pensate per svuotare i consensi del maggiore concorrente dei voti padani, il Pdl.  Alla fine, invece, il neo segretario federale si è rimangiato tutto: dopo aver detto mai più con Berlusconi, ha siglato l'accordo elettorale niente meno che col Cavaliere, fregandosene dell'opinione dei militanti. Niente di nuovo, questo, in casa Lega: Umberto Bossi era noto per le sue giravolte. Alla fine degli anni Novanta aveva tacciato di eresia i segretari veneto e piemontese, rispettivamente Comencini e Comino, proprio per le loro aperture elettorali al "Roma-Polo", salvo poi - una volta cacciati gli eretici - andare a nozze proprio con quello che lui stesso, fino a qualche tempo prima, aveva chiamato  nei comizi il "mafioso di Arcore". Ma Bossi a quel tempo aveva un carisma che sarebbe riuscito a far ingoiare ai suoi qualsiasi cosa. Maroni no: tanto che, a sentire gli umori della base, il partito rischia la distruzione più oggi che per i diamanti di Belsito.
Maroni fa tutto questo per la Lombardia: diventarne presidente, e fare poi squadra con Piemonte e Veneto in un'unica grande macro regione del Nord, è evidentemente un obiettivo che giustifica qualsiasi patto, pure quello col diavolo (berlusconiano). Certo è che, se è pur vero che la politica è il regno del realismo, raramente si era assistito ad una decisione di un simile, smaccato cinismo. Che il popolo leghista lo segua è tutto da vedere e non so quanto sincere siano le parole di Tosi e Zaia che si complimentano con il Capo per l'accordo siglato. La verità è che a Maroni è mancato il coraggio di fare in Lombardia quanto fatto da Tosi a Verona: scommettere sulla propria persona e sulla propria leadership, prima che sulle alleanze. Il "modello Verona",  come prodotto da esportazione,  è così morto ancor prima di nascere. Quanto alla Lega, anche lei non sta molto bene. 

mercoledì 2 gennaio 2013

Primarie Pd, a Verona è una rivoluzione

Oggi la pattuglia del Pd veronese a Roma è quanto mai numerosa: ben cinque parlamentari, un numero sproporzionato rispetto alle percentuali raccolte in riva all'Adige, tra le peggiori d'Italia. Di questi, solo uno sarà riconfermato: si tratta di Gianni Dal Moro, che negli ultimi anni ha coltivato un rapporto personale con Enrico Letta (di cui è ora il vice) e sarà candidato nella quota riservata del segretario Bersani.
Degli altri quattro, solo la senatrice Maria Pia Garavaglia ha avuto il coraggio di partecipare alle primarie del 30 dicembre: è stata una debacle. Giampaolo Fogliardi, già segretario della Margherita veronese, da vecchio democristiano qual è ha fiutato il vento e, una volta capito che si sarebbe schiantato, ha lasciato il partito per traslocare nella nascente "lista Monti". Federico Testa tornerà a fare il professore universitario: nei suoi anni a Roma  il territorio di cui è espressione è stato il suo ultimo pensiero, di certo non poteva chiedere a quel territorio i voti per essere rieletto. Di Federica Mogherini, romanissima ma candidata da Veltroni a Verona in virtù di un marito veronese, si sono perse le tracce.
A Roma ci andrà adesso Diego Zardini, giovane consigliere provinciale (e della seconda circoscrizione). Ci sperano anche il segretario provinciale Vincenzo D'Arienzo e la giornalista Alessia Rotta, che ha tentato di ribaltare il tavolo e ci è quasi riuscita, sbaragliando comunque i candidati "renziani" ufficiali troppo simili a una costola della ex Margherita per interpretare davvero il cambiamento. Non rimane che attendere sabato, quando la direzione regionale del partito dovrà procedere alla compilazione delle liste elettorali. Con tutta probabilità, non saranno più di due (tre al massimo) i parlamentari veronesi democratici nella prossima legislatura, ma avranno una legittimità popolare molto superiore ai cinque peones di oggi. Oltre che all'impegno romano, ne avranno uno altrettanto gravoso a Verona: dovranno contribuire a costruire un'alternativa credibile di governo della loro città, dove oggi il Pd è ridotto a percentuali di pura testimonianza. 

venerdì 28 dicembre 2012

L’anno dei no


Come sarà ricordato il 2012 a Verona? L’Hellas non è tornato in serie A, Tosi ha rivinto le elezioni ma non è diventato (come molti dei suoi sostenitori auspicavano) il “Renzi del centrodestra”. Il traforo delle Torricelle è ancora un contratto senza le firme che contano, il filobus è partito, ma solo in teoria: dove sono i cantieri? Dire che non è successo nulla, tuttavia, è sbagliato: questo forse potrebbe essere considerato l’anno dei “no”, alcuni piccoli, alcuni grandi, comunque significativi:  vedremo nel 2013 quanto definitivi. Eccone una piccola summa.
5. No al parcheggio San Giorgio. Doveva costruirlo la Mazzi Costruzioni, ma il Comune – dopo alcune simulazioni di traffico insoddisfacenti – ha preferito fare marcia indietro: a novembre è stato chiuso il contenzioso con l’impresa, che ha incassato 2,5 milioni di euro dopo averne richiesti 4 (anche per altre opere mai realizzate). La Mazzi è la stessa impresa presente nei più grandi appalti in project financing di Verona (traforo, filobus, Ca’ del Bue, park ex gasometro). Recentemente, il leader del comitato anti-traforo Alberto Sperotto è stato assolto in primo grado dall’accusa di diffamazione intentatagli dal sindaco, dopo che aveva detto che a Verona gli appalti li vincono sempre “i soliti noti”.
4. No a Marezzane. L’ultimo “no” è quello del Tar, il mese scorso, che ha bocciato il ricorso della Cementirossi contro un parere della soprintendenza, contrario a trasformare la collina di Marezzane tra Fumane e Marano, in una cava di marna. Altri “no” erano arrivati prima, al progetto di ampliamento pensato dell’azienda, che prevedeva anche una ciminiera di oltre 100 metri. La vicenda di Marezzane è diventata a suo modo un simbolo della sempre più difficile conciliazione tra esigenze produttive e istanze ambientaliste, in una terra come la Valpolicella che ha scoperto tardivamente la sua vocazione come meta turistica eno-gastronomica.
3. No al Pdl. Lo ha pronunciato Flavio Tosi, chiaro e netto, all’inizio della sua campagna elettorale: poi la sua Lega Nord, ma solo dopo la rovinosa caduta di Umberto Bossi, lo ha seguito. Per il Pdl, un tempo primo partito della città, è stato uno psicodramma collettivo, con tanti suoi esponenti a migrare nella lista civica del sindaco, gli altri a far la figura degli ultimi giapponesi. Ora Tosi può governare Verona sostanzialmente da solo, il suo no al Pdl veronese è diventato un "no" all'alleanza con il Pdl nazionale (e soprattutto con Berlusconi) ma i rapporti nel centrodestra veneto sono sempre più tesi. Vedere, per credere,  i “no” più recenti.
2. No all’Autodromo. La settimana scorsa, un “blitz” non dichiarato in consiglio regionale di alcuni leghisti azzoppa l’Autodromo del Veneto: senza il suo imponente centro commerciale in deroga alla programmazione, il mega-progetto tra Vigasio e Trevenzuolo tanto caro a Giancarlo Galan (e a molti nel Pdl veronese) non può stare in piedi. L’idea era pervasa di un gigantismo d’altri tempi (e forse fuori tempo): sta di fatto che i privati ci hanno già investito decine di milioni di euro (ma servirà più di un miliardo per costruire il tutto), mentre la Provincia ha chiesto all’A22 di realizzare un casello “dedicato”: e adesso?
1. No a Ca’ del Bue. A molti, il voto del Pdl sulla moratoria agli inceneritori è parso una vendetta contro la Lega per la questione Autodromo. Se è così, lo è solo in parte perché contro Ca’ del Bue da mesi si è saldata un’opposizione molto forte che ha in esponenti del Pdl protagonisti di primo piano (come il sindaco di San Martino Buon Albergo). Anche qui, al di là di come la si pensi sugli inceneritori, il verdetto arriva quando l’iter era già in fase avanzata e l’appalto già assegnato in capo al colosso spagnolo Urbaser. Ora, comunque, è tutto fermo, in attesa del nuovo piano regionale sui rifiuti: come Godot, lo si aspetta da tempo, con sempre minor fiducia.