Visualizzazione post con etichetta lega nord. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lega nord. Mostra tutti i post

venerdì 13 febbraio 2015

Tosi e Salvini, battaglia finale per il Veneto


Per le elezioni regionali in Veneto, sembrava tutto già scritto: Luca Zaia contro Alessandra Moretti, con il governatore uscente in vantaggio sulla sfidante del Pd.  Ma tutto già scritto non è, perché negli ultimi giorni è comparsa una variabile impazzita, che risponde al nome niente meno che di Flavio Tosi.
Il sindaco di Verona ha detto di essere stanco di fare passi indietro, come quello di 5 anni fa quando lasciò il campo libero a Zaia. Lo ha detto dopo che Matteo Salvini, il segretario della Lega Nord, ha siglato un nuovo accordo con Forza Italia e Berlusconi e, soprattutto, ha annunciato di voler cambiare le regole per candidature e alleanze. Anche per le elezioni in Veneto, si dovrà decidere a Milano.

Tosi, che è anche segretario della Lega veneta, ha capito subito di essere il destinatario della modifica. Lui, che vorrebbe sbarazzarsi di Forza Italia per mettere in campo una sua lista personale, verrebbe messo ai margini, isolato, senza più potere in consiglio regionale. Che è esattamente quello che vuole Zaia, dopo un mandato in cui è stato costretto a trattare ogni provvedimento con i fedelissimi di Tosi.
Salvini ha spiegato che farà da mediatore tra Tosi e Zaia, che un accordo è ancora possibile. Ma il sindaco di Verona, se non otterrà tutto quello che chiede, sembra ormai deciso a far da solo. Ovvero, a candidarsi lui stesso – in prima persona – a governatore contro Zaia, con una serie di liste civiche. Un sondaggio darebbe già adesso la lista Tosi al 12 per cento, ben più di Forza Italia. E se in Regione passasse la modifica alla legge elettorale che istituisce il ballottaggio, Tosi potrebbe giocarsela davvero.

Ma Tosi strapperà davvero? Lascerà una volta per tutte la Lega? Chi lo conosce, dice che non l’ha mai sentito così convinto. Forse perché sa che, dopo otto anni come sindaco di Verona, questa è la sua ultima chance di darsi un futuro all’altezza delle sue aspettative.
(dalla rubrica "Il Fatto della Settimana" su Radio Adige) 

martedì 11 giugno 2013

S'io fossi Flavio

Voglio dirlo chiaramente: abbiamo perso e me ne assumo tutta la responsabilità. In altri casi, in passato, non ho esitato ad attribuire le colpe a chi le aveva, anche quando si trattava di personalità della mia parte politica, quando non del mio partito, ma ho sempre pensato che occorra dire le cose come stanno, anche quando non conviene.
Oggi che al comando ci sono anche io, non voglio rifugiarmi in frasi di circostanza, non cercherò alibi. La colpa, benché non solo mia, è anche mia. Come attenuante, va riconosciuto che la Lega negli ultimi tempi non sta passando un bel periodo. Ma gli scandali, i diamanti di Belsito, i soldi in Tanzania, sono ormai cosa di un anno fa e non spiegano la disfatta di queste elezioni. D'altra parte, non si capirebbe come un partito devastato come il Pd, dopo i casi Penati, Mps (per tacere di quanto hanno combinato in Parlamento) abbia vinto dappertutto.
Se abbiamo perso, le vere ragioni sono altre, e bisogna avere il coraggio di ammetterle, se vogliamo rinascere.
Non abbiamo saputo allevare una classe dirigente nuova e credibile, e se ci siamo visti costretti a ricandidare Gentilini,  al quale pure ci lega affetto e riconoscenza, vuol dire che dietro di lui c'è davvero il vuoto.
Dobbiamo tornare ad ascoltare la nostra gente, i nostri militanti, ma anche - più in generale - i cittadini.
Da mesi parliamo di cose incomprensibili, come la Macroregione. Io stesso ho dedicato molte delle mie energie - troppe - nello sviluppo della mia lista , che al momento è percepita come un contenitore senza idee, che per giunta fa ombra alla Lega, una specie di autobus dove si sale coi propri voti, per regolare conti aperti con altri.  Non è così che dev'essere, su questo, io, ci ho messo la faccia.
L'intera strategia delle liste civiche è da rivedere. Anche perché a queste elezioni le hanno fatte meglio gli altri, vedi Bussolengo e Sona: più vere, più autentiche, io invece sono passato come il colonizzatore che arriva da fuori e non mi nascondo dietro un dieci o quindici per cento preso per dire che comunque è andata bene. Non è così.
Abbiamo il dovere di dire chiaramente ai nostri militanti cosa diventerà la Lega e, a posteriori, bisogna ammettere che tute quelle espulsioni sono state un errore. Ho dato l'impressione di essere della stessa pasta di quelli che ho combattuto, per anni, dall'interno.
Devo la mia fortuna politica alla mia capacità di ascoltare la gente, di capirne gli umori e interpretarli. Devo ammettere che, da qualche mese a questa parte, qualcosa si è spezzato.
C'è ora chi mi chiede le dimissioni ed è una richiesta che comprendo, dopo quanto successo in queste elezioni. Le mie dimissioni sono lì, sul tavolo, anche se intorno a me non vedo grossi geni della politica. Se me lo chiederanno, tornerò ad occuparmi al cento per cento della mia città, che ultimamente ho un po' trascurato e si vede, anche perché molte persone a cui ho delegato non si sono rivelate all'altezza. Ma anche questo, in fondo, è una cosa di cui mi devo assumere piena e totale responsabilità. 

martedì 28 maggio 2013

La Lega non ha perso per i diamanti

Spazzata via a Vicenza, aggrappata all'immortalità di Gentilini a Treviso, reduce da scoppole mai viste in provincia di Verona (come a Villafranca, dove ha preso il 3 per cento): la Lega Nord, il giorno dopo il verdetto delle urne delle elezioni comunali, si riscopre moribonda.
Cosa ha portato quella maggioranza (relativa) degli elettori veneti che solo pochi anni avevano affidato le proprie speranze di cambiamento al Carroccio a punire in modo così duro i candidati di quella che, un tempo, veniva chiamata "la Potentissima"?  I leghisti (quei pochi rimasti, almeno) dicono - in buona sostanza -   di aver perso per colpa dello yacht di Bossi jr e dei diamanti di Belsito. Insomma, per tutta quella sequela di scandali che ha portato, ormai più di un anno fa, alle dimissioni di Bossi da segretario e all'investitura, tra un tripudio di scope, di Maroni. La stessa spiegazione fornita, due mesi fa, per giustificare il flop alle politiche.
Sinceramente, ho i miei dubbi.
La Lega ha perso perché si è avviluppata su un tatticismo attendista tipico di chi non ha orizzonte: un tatticismo che l'ha portata a governare le tre Regioni del Nord nel momento di massimo scollamento dai suoi militanti. Militanti che non capiscono che roba sia la Macroregione, se il Pdl sia un alleato o un avversario, se la lista Tosi debba prendere i voti fuori dalla Lega o punti a svuotare sempre di più la stessa Lega fino a farla scomparire. Militanti che quando danno voce a questi dubbi, in modo più o meno colorito, rischiano di venire espulsi.
La Lega ha perso perché non ha (più) un progetto chiaro, perché continua a ripetere le sue parole d'ordine - contro gli immigrati, per esempio-  non rendendosi conto che gli italiani  in questo momento hanno altri problemi a cui pensare rispetto al fatto se la clandestinità sia o meno da considerarsi reato. Tanto più che gli immigrati scappano dall'Italia come e più degli italiani. Per non parlare poi di  autonomia e federalismo, concetti nobili che la stessa Lega ha contribuito a svuotare di senso negli inconcludenti anni al governo.
La Lega ha perso (e perderà) perché ha fallito la sfida del cambiamento generazionale. Dietro i Tosi, i Zaia, i Salvini (che per altro sono sulla scena da parecchio tempo) non ci sono volti nuovi su cui scommettere.  Ha cacciato Bossi per ritrovarsi con Maroni, fedele compagno del senatùr per 30 anni. Nei due comuni veneti più importanti, Treviso e Vicenza, ha candidato due icone ammaccate della vecchia guardia, come Giancarlo Gentilini e Manuela Dal Lago, la stessa che ha commentato:  "Perché ci dovrebbero votare?". Già, perché?


martedì 9 aprile 2013

Piccolo breviario degli insulti di Bossi a Tosi


«A Pontida c'erano dei fascisti che picchiavano anche le donne. Avevano i guanti neri e secondo me venivano da Verona...» . Come un fiume carsico, è riemerso il livore di Umberto Bossicontro Flavio Tosi. Un grande classico, che caratterizza la storia della Lega da almeno dieci anni. La sparata contro i fascisti di Pontida (anche se, in realtà, Tosi è stato fischiato da una nutrita truppa di lealisti del Senatur) ne ricorda altre, del passato recente ma anche (politicamente) remoto.
Un piccolo breviario degli insulti di Bossi a Tosi merita di essere compilato.
  1. “Tosi è morto”. Correva l'anno 2003, a Verona si teneva un corteo contro il procuratore capo Guido Papalia, “reo” di aver indagato Tosi e altri leghisti per una campagna contro il campo nomadi. C'era anche Bossi e molti giurano di avergli sentito dire quella frase, mentre si approcciava al palco. Molti la interpretavano come l'irritazione del Grande Capo per l'eccessivo “protagonismo” del Flavio nostrano. La Lega di Verona (Tosi ne era segretario) venne poi commissariata (l'accusa di Bossi: Tosi "mise tutta la sua famiglia dentro la sede della Lega di Verona") ma quella sentenza non fu mai applicata, forse anche per la successiva malattia del Senatur.
  2. “Il presidente della Regione Veneto? Vedo bene Tosi”. Bossi lo dice a metà 2009, quando manca ancora un anno alle regionali. Ma Bossi non ha mai avuto intenzione di candidare Tosi a quella carica, tanto che poi scelse Zaia. A posteriori, fu un tentativo di cucinare Tosi, tornato sulla cresta dell'onda dopo l'elezione a sindaco di Verona, a fuoco lento, molto lento. Forse troppo lento.
  3. “Tosi ha riempito la Lega di fascisti”. Eccola qua, la grande ossessione del Senatur. Secondo molti, nasce quanto alcuni elementi del “cerchio magico” gli fanno notare che nella lista civica del sindaco (per molti leghisti, il “partito di Tosi”, concorrente alla stessa Lega) vengono dal mondo dell'estrema destra. Siamo nell'autunno del 2011, Bossi viene messo per la prima volta in discussione nel partito e la fronda interna si manifesta apertamente durante il drammatico congresso nella “sua” Varese. Di li a poco, il Senatur non si tiene più.
  4. “Tosi è uno stronzo”. Sembra la sentenza di morte (politica) finale per Tosi, la sua espulsione dal Carroccio viene data per certa, e comunque i leghisti giurano che lo sarà se Tosi proseguirà nella sua idea di presentarsi alle amministrative del 2012 con la sua lista civica, il suo “partito”. Ma in pochi giorni il mondo cambia: scoppia lo scandalo dei diamanti in Tanzania, Bossi è costretto a dimettersi, Maroni brandisce le scope e Tosi rivince le elezioni con la sua lista (e promette di farne un nuovo movimento, insomma un “partito").
    p.s. Divertente la tempistica dell'ultima intemerata di Bossi, che consiglia anche Berlusconi di votare la fiducia a Bersani, proprio mentre Tosi dibatte aVinitaly con Matteo Renzi.    

lunedì 25 marzo 2013

Dove va Tosi (e perché Zaia va dall'altra parte)

Ha detto bene Pietrangelo Buttafuoco, venuto sabato a Verona per "sponsorizzare" la discesa in campo di Flavio Tosi come futuro leader del centrodestra: "L'Italia è come fosse nel dopoguerra. Che è peggio della guerra". Siamo circondati di macerie: non visibili, come nel '45, ma non per questo meno reali. Dopo cinque anni di crisi, l'Italia è stremata. Isole felici non ne esistono più, nemmeno al Nord, nemmeno in Veneto: le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta. Chi ha ancora un lavoro si chiede quanto durerà: siamo diventati tutti precari. L'orizzonte si è accorciato: si pensa a sopravvivere oggi, più che a progettare il domani.  E' il dopoguerra, baby. Nel frattempo l'Italia è spaccata in tre blocchi, apparentemente inconciliabili tra loro: a Roma è lo stallo più completo, mentre il mondo va veloce e ci condanna ad essere periferia della periferia.
Questo lo sanno tutti, ma solo in pochi stanno pensando al nuovo ordine che emergerà da queste macerie. Tosi è uno di questi: che ci prenda o meno lo vedremo, di certo lui guarda a un futuro che adesso ancora non c'è. Un futuro in cui Renzi prenderà la guida del centrosinistra (o di quel che ne resta) e il centrodestra si troverà a dovergli contrapporre una figura adeguata, autorevole, possibilmente della stessa generazione: Tosi sta lavorando per essere quella persona. Un percorso in salita, quello del sindaco di Verona, per tante ragioni (ne avevo elencate alcune qui), ma tutt'altro che una scommessa al buio. Il progetto della "nuova Lega" sul modello Csu bavarese serve proprio a questo: a fornire a Tosi quella base partitica di consenso che, da solo con la Lega, non avrà mai. E la macroregione, anzi le macroregioni, sono la nuova risposta "dal basso" al federalismo che il Carroccio, nonostante le promesse, non è mai riuscito a conquistare a Roma.
In questo disegno, che postula una sostanziale dissoluzione del Pdl una volta "pensionato" Berlusconi,  la Lega (che - ricordiamolo - è il partito di Tosi) è destinata ad avere un ruolo subordinato, come dimostrano per altro i rapporti di forza del "modello Verona", dove la lista trasversale di Tosi ha tre volte i voti del Carroccio.  I leghisti lo hanno capito benissimo: e se i "tosiani" si fidano dell'intuito del loro capo, tutti gli altri invece lo temono. Anche chi, come Luca Zaia, si era sempre tenuto distante dalle "beghe di partito", ha cambiato atteggiamento. Dopo le elezioni ha usato parole di inusitata violenza (per lui) per attaccare Tosi, accusandolo del pessimo risultato del Carroccio in Veneto. E oggi è tornato a sparare palle incatenate, contro la decisione di commissariare la Lega di Venezia. Non è in scena una seconda puntata della guerra tra  "bossiani" e "barbari sognanti": detto molto brutalmente, è il primo atto di chi crede ancora che la vecchia Lega abbia un futuro e di chi (Tosi e Maroni) pensa di no. Due visioni del mondo opposte e non conciliabili, di quel che sarà una volta sgomberate le macerie.

giovedì 21 febbraio 2013

Il nuovo partito di Tosi

Ci sono alcuni elementi irrituali e paradossali nel lancio, mercoledì sera in fiera a Verona, del nuovo soggetto politico targato Flavio Tosi. Al di là dei modelli di riferimento (nuova democrazia cristiana o modello Csu bavarese che dir si voglia), a colpire è prima di tutto la tempistica (e su questo non ha tutti i torti Giancarlo Galan).
A poche ore dal voto delle politiche, dove la Lega Nord è alleata al Pdl di Berlusconi, si butta nell'agone un nuovo "partito" che, se dobbiamo rapportarci a quanto è successo a Verona, mira ad allearsi con il Carroccio da una posizione di forza (la lista Tosi ha preso tre volte i voti della Lega) e, soprattutto, a spolpare lo stesso Pdl (sempre a Verona, alle ultime elezioni, ha preso un misero 5 per cento). Se a questo si aggiunge che, per dare forza a questo progetto, l'invito è quello di votare Lega domenica e lunedì (e quindi, per proprietà transitiva, a portare acqua a Berlusconi), c'è da farsi venire il mal di testa. Quanto al mal di pancia, in questo momento, è tutto dei leghisti: Maroni gli aveva promesso un partito "egemone" del Nord, mentre ora si trovano costretti in un matrimonio d'interesse con il Cavaliere e, da martedì, ad abbracciare un'idea neo-democristiana di partito dove, prevedibilmente, saranno minoranza. 
L'idea che il "modello Verona" possa funzionare anche su base regionale e nazionale è, innanzitutto, un'ipoteca sulle elezioni del 2015 e chissà cosa ne pensa Luca Zaia che col Pdl dice di governare benissimo. E' poi davvero difficile non vedere la nuova "cosa" leghista senza pensare ad un Tosi candidato governatore (anche se i tosiani lo sognano addirittura candidato premier, in una sfida con Matteo Renzi). 
Di certo, l'assunto di fondo di questa nuova scommessa politica di Tosi è che Berlusconi sia politicamente morto, il che è tutto da vedere. E' invece nella base leghista si sente grande disaffezione e si teme un risultato modesto (che diventerebbe disastroso se Maroni perdesse in Lombardia).  A partire da martedì, ne vedremo delle belle. 

lunedì 7 gennaio 2013

Il modello Verona è morto

Per otto mesi Roberto Maroni ha indicato nel "modello Verona" la strategia per raggiungere l'obiettivo della sua nuova Lega: ovvero diventare il partito egemone del Nord, come la cdu è per la baviera in Germania, per poi contrattare nuovi livelli di autonomia con Roma. Modello Verona sta a significare la formula con cui Flavio Tosi ha rivinto l'anno scorso le elezioni: Lega più liste "civiche" pensate per svuotare i consensi del maggiore concorrente dei voti padani, il Pdl.  Alla fine, invece, il neo segretario federale si è rimangiato tutto: dopo aver detto mai più con Berlusconi, ha siglato l'accordo elettorale niente meno che col Cavaliere, fregandosene dell'opinione dei militanti. Niente di nuovo, questo, in casa Lega: Umberto Bossi era noto per le sue giravolte. Alla fine degli anni Novanta aveva tacciato di eresia i segretari veneto e piemontese, rispettivamente Comencini e Comino, proprio per le loro aperture elettorali al "Roma-Polo", salvo poi - una volta cacciati gli eretici - andare a nozze proprio con quello che lui stesso, fino a qualche tempo prima, aveva chiamato  nei comizi il "mafioso di Arcore". Ma Bossi a quel tempo aveva un carisma che sarebbe riuscito a far ingoiare ai suoi qualsiasi cosa. Maroni no: tanto che, a sentire gli umori della base, il partito rischia la distruzione più oggi che per i diamanti di Belsito.
Maroni fa tutto questo per la Lombardia: diventarne presidente, e fare poi squadra con Piemonte e Veneto in un'unica grande macro regione del Nord, è evidentemente un obiettivo che giustifica qualsiasi patto, pure quello col diavolo (berlusconiano). Certo è che, se è pur vero che la politica è il regno del realismo, raramente si era assistito ad una decisione di un simile, smaccato cinismo. Che il popolo leghista lo segua è tutto da vedere e non so quanto sincere siano le parole di Tosi e Zaia che si complimentano con il Capo per l'accordo siglato. La verità è che a Maroni è mancato il coraggio di fare in Lombardia quanto fatto da Tosi a Verona: scommettere sulla propria persona e sulla propria leadership, prima che sulle alleanze. Il "modello Verona",  come prodotto da esportazione,  è così morto ancor prima di nascere. Quanto alla Lega, anche lei non sta molto bene.