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lunedì 6 aprile 2015

Dai sondaggi ai seggi: come finirà la sfida per il Veneto

In attesa di parlare un po' di contenuti, i grandi assenti finora di questa campagna elettorale per le regionali in Veneto, proviamo a fare un po' i conti della serva. Ovvero, come si tradurrà in termini "reali" - ovvero, consiglieri eletti - il consenso dei vari candidati.
La novità di questo giro è che da 60 che erano i consiglieri sono diventati 51. Ma il presidente eletto e il miglior sfidante entrano di diritto, quindi il riparto dei seggi va tarato su 49 consiglieri. I seggi vengono assegnati in modo proporzionale, le coalizioni devono avere almeno il 5%. Al vincente spetta un premio di maggioranza variabile: del 60% se supera il 50% dei voti); del 57,5% se prende dal 40 al 50% dei voti; del 55% se prende meno del 40%.

Tutto chiaro? Allora facciamo un gioco (sottolineo: un gioco!), sulla base dei sondaggi diffusi da Porta a Porta nel corso del confronto a quattro tra Zaia, Moretti, Tosi e Berti.
I sondaggi di Vespa sono due (Tecné e Irp) e sono abbastanza simili. Per comodità prendo il secondo che dà Zaia (Lega e Forza Italia) al 39%, Moretti (Pd e sinistra) al 37, Tosi (con Ncd-Udc, lista Tosi) al 12, Berti (Cinque Stelle) al 10, gli altri al 2%.
In questa situazione vince Zaia, ma non raggiunge il 40 per cento. Quindi avrà un premio di maggioranza del 55 per cento, pari a 27 consiglieri, più lui stesso.
Alle opposizioni rimarranno quindi da spartirsi un totale di 22 consiglieri, mentre la Moretti entrerà di diritto come miglior perdente. Saranno rappresentati solo le liste di Moretti, Tosi e Berti perché nessun altro supera la soglia di sbarramento. Per sapere quanti consiglieri vanno rispettivamente a Moretti, Tosi e Zaia mi baso su un simulatore del metodo D'Hondt che è quello usato per la Regione Veneto.

A questo punto, detto che Zaia ne ha già 27 più lui stesso,  a Moretti ne andrebbero 14 più lei stessa, a Tosi 4 e a Berti pure 4. Il consiglio regionale dovrebbe risultare più o meno come nel grafico qui a destra. Ovviamente bastano minime variazioni di consenso per cambiare le carte in tavola. In particolare, risulterà determinante il risultato della coalizione vincente: se ad esempio supererà il 40 per cento, otterrà un seggio in più - 28 invece di 27 - e ne lascerà uno in meno alle opposizioni - 21 invece di 22. Se supererà il 50 per cento, il vincente avrà invece 29 seggi, lasciandone alle opposizioni solo 20 da spartirsi.

Per quanto riguarda Verona, qui verranno eletti 9 consiglieri: 5 alla maggioranza, 4 alle opposizioni. Se vince Zaia, direi così a spanne 2 alla Lega Nord, 2 alla lista Zaia e 1 a Forza Italia. Al Pd ne andrebbe 1, ai Cinque Stelle 1. La corsa di Tosi, al momento quindi frutterebbe complessivamente quattro consiglieri in Veneto. Se dovessi giocarmi un euro, direi che due di questi - in virtù del grande risultato che dovrebbe fare nella sua città - saranno eletti a Verona (mi sbilancio: Andrea Bassi e Barbara Tosi) e gli altri due rispettivamente a Padova e Venezia.
Chi vivrà vedrà... 

venerdì 20 marzo 2015

Zaia e Tosi: chi paga per la campagna elettorale?

Campagna elettorale, quanto mi costi. Archiviato lo psicodramma in casa Lega risoltosi con la cacciata di Flavio Tosi, la prima vera polemica, in vista delle regionali, riguarda i mezzi per finanziare la propaganda dei candidati. A lanciare il sasso è stato Luca Zaia, il governatore uscente. Partendo con il proprio tour elettorale, in compagnia del segretario della Lega Matteo Salvini, Zaia ha detto che la sua sarà una campagna low-cost, interamente autofinanziata, senza contributi da privati. Questo per una questione di trasparenza: il governatore non intende accettare  soldi da nessuno, per non essere in nessun modo ricattabile. E ha inviato i suoi principali sfidanti, ovvero Alessandra Moretti del Pd e Tosi, a rivelare i nomi dei rispettivi finanziatori.

Più volte il sindaco di Verona è stato invitato dall’opposizione a rendere pubblici gli elenchi di chi ha fatto donazioni alle sue campagne elettorali o alla sua fondazione politica. Lui ha risposto che la privacy va tutelata ma, per dissipare ogni sospetto, ha portato tutti i documenti in procura a disposizione dei magistrati per tutte le verifiche del caso. Ma – dopo la sfida di Zaia – Tosi ha risposto per le rime. Fino a qualche giorno fa era ancora segretario della Lega Nord del Veneto. E ha rivelato che in totale, il partito ha stabilito di stanziare ben 700mila euro a favore della campagna elettorale di Zaia. Tutti soldi che vengono dal finanziamento pubblico dei partiti e sono, quindi, soldi pubblici. "Noi invece – ha detto Tosi – faremo campagna solo grazie ai contributi privati che i cittadini liberamente vorranno darci". 


Oltre alla questione dei soldi, Tosi ha iniziato anche a prendere le misure a  Zaia su altri fronti: lo ha attaccato sull’ospedale di Padova, sulle trivellazioni in Adriatico, sull’autostrada del mare. E siamo solo agli inizi di una corsa elettorale che si annuncia molto, molto vivace. 

(dalla rubrica "Il fatto della settimana" di Radio Adige) 

venerdì 13 febbraio 2015

Tosi e Salvini, battaglia finale per il Veneto


Per le elezioni regionali in Veneto, sembrava tutto già scritto: Luca Zaia contro Alessandra Moretti, con il governatore uscente in vantaggio sulla sfidante del Pd.  Ma tutto già scritto non è, perché negli ultimi giorni è comparsa una variabile impazzita, che risponde al nome niente meno che di Flavio Tosi.
Il sindaco di Verona ha detto di essere stanco di fare passi indietro, come quello di 5 anni fa quando lasciò il campo libero a Zaia. Lo ha detto dopo che Matteo Salvini, il segretario della Lega Nord, ha siglato un nuovo accordo con Forza Italia e Berlusconi e, soprattutto, ha annunciato di voler cambiare le regole per candidature e alleanze. Anche per le elezioni in Veneto, si dovrà decidere a Milano.

Tosi, che è anche segretario della Lega veneta, ha capito subito di essere il destinatario della modifica. Lui, che vorrebbe sbarazzarsi di Forza Italia per mettere in campo una sua lista personale, verrebbe messo ai margini, isolato, senza più potere in consiglio regionale. Che è esattamente quello che vuole Zaia, dopo un mandato in cui è stato costretto a trattare ogni provvedimento con i fedelissimi di Tosi.
Salvini ha spiegato che farà da mediatore tra Tosi e Zaia, che un accordo è ancora possibile. Ma il sindaco di Verona, se non otterrà tutto quello che chiede, sembra ormai deciso a far da solo. Ovvero, a candidarsi lui stesso – in prima persona – a governatore contro Zaia, con una serie di liste civiche. Un sondaggio darebbe già adesso la lista Tosi al 12 per cento, ben più di Forza Italia. E se in Regione passasse la modifica alla legge elettorale che istituisce il ballottaggio, Tosi potrebbe giocarsela davvero.

Ma Tosi strapperà davvero? Lascerà una volta per tutte la Lega? Chi lo conosce, dice che non l’ha mai sentito così convinto. Forse perché sa che, dopo otto anni come sindaco di Verona, questa è la sua ultima chance di darsi un futuro all’altezza delle sue aspettative.
(dalla rubrica "Il Fatto della Settimana" su Radio Adige) 

martedì 11 giugno 2013

S'io fossi Flavio

Voglio dirlo chiaramente: abbiamo perso e me ne assumo tutta la responsabilità. In altri casi, in passato, non ho esitato ad attribuire le colpe a chi le aveva, anche quando si trattava di personalità della mia parte politica, quando non del mio partito, ma ho sempre pensato che occorra dire le cose come stanno, anche quando non conviene.
Oggi che al comando ci sono anche io, non voglio rifugiarmi in frasi di circostanza, non cercherò alibi. La colpa, benché non solo mia, è anche mia. Come attenuante, va riconosciuto che la Lega negli ultimi tempi non sta passando un bel periodo. Ma gli scandali, i diamanti di Belsito, i soldi in Tanzania, sono ormai cosa di un anno fa e non spiegano la disfatta di queste elezioni. D'altra parte, non si capirebbe come un partito devastato come il Pd, dopo i casi Penati, Mps (per tacere di quanto hanno combinato in Parlamento) abbia vinto dappertutto.
Se abbiamo perso, le vere ragioni sono altre, e bisogna avere il coraggio di ammetterle, se vogliamo rinascere.
Non abbiamo saputo allevare una classe dirigente nuova e credibile, e se ci siamo visti costretti a ricandidare Gentilini,  al quale pure ci lega affetto e riconoscenza, vuol dire che dietro di lui c'è davvero il vuoto.
Dobbiamo tornare ad ascoltare la nostra gente, i nostri militanti, ma anche - più in generale - i cittadini.
Da mesi parliamo di cose incomprensibili, come la Macroregione. Io stesso ho dedicato molte delle mie energie - troppe - nello sviluppo della mia lista , che al momento è percepita come un contenitore senza idee, che per giunta fa ombra alla Lega, una specie di autobus dove si sale coi propri voti, per regolare conti aperti con altri.  Non è così che dev'essere, su questo, io, ci ho messo la faccia.
L'intera strategia delle liste civiche è da rivedere. Anche perché a queste elezioni le hanno fatte meglio gli altri, vedi Bussolengo e Sona: più vere, più autentiche, io invece sono passato come il colonizzatore che arriva da fuori e non mi nascondo dietro un dieci o quindici per cento preso per dire che comunque è andata bene. Non è così.
Abbiamo il dovere di dire chiaramente ai nostri militanti cosa diventerà la Lega e, a posteriori, bisogna ammettere che tute quelle espulsioni sono state un errore. Ho dato l'impressione di essere della stessa pasta di quelli che ho combattuto, per anni, dall'interno.
Devo la mia fortuna politica alla mia capacità di ascoltare la gente, di capirne gli umori e interpretarli. Devo ammettere che, da qualche mese a questa parte, qualcosa si è spezzato.
C'è ora chi mi chiede le dimissioni ed è una richiesta che comprendo, dopo quanto successo in queste elezioni. Le mie dimissioni sono lì, sul tavolo, anche se intorno a me non vedo grossi geni della politica. Se me lo chiederanno, tornerò ad occuparmi al cento per cento della mia città, che ultimamente ho un po' trascurato e si vede, anche perché molte persone a cui ho delegato non si sono rivelate all'altezza. Ma anche questo, in fondo, è una cosa di cui mi devo assumere piena e totale responsabilità. 

martedì 28 maggio 2013

La Lega non ha perso per i diamanti

Spazzata via a Vicenza, aggrappata all'immortalità di Gentilini a Treviso, reduce da scoppole mai viste in provincia di Verona (come a Villafranca, dove ha preso il 3 per cento): la Lega Nord, il giorno dopo il verdetto delle urne delle elezioni comunali, si riscopre moribonda.
Cosa ha portato quella maggioranza (relativa) degli elettori veneti che solo pochi anni avevano affidato le proprie speranze di cambiamento al Carroccio a punire in modo così duro i candidati di quella che, un tempo, veniva chiamata "la Potentissima"?  I leghisti (quei pochi rimasti, almeno) dicono - in buona sostanza -   di aver perso per colpa dello yacht di Bossi jr e dei diamanti di Belsito. Insomma, per tutta quella sequela di scandali che ha portato, ormai più di un anno fa, alle dimissioni di Bossi da segretario e all'investitura, tra un tripudio di scope, di Maroni. La stessa spiegazione fornita, due mesi fa, per giustificare il flop alle politiche.
Sinceramente, ho i miei dubbi.
La Lega ha perso perché si è avviluppata su un tatticismo attendista tipico di chi non ha orizzonte: un tatticismo che l'ha portata a governare le tre Regioni del Nord nel momento di massimo scollamento dai suoi militanti. Militanti che non capiscono che roba sia la Macroregione, se il Pdl sia un alleato o un avversario, se la lista Tosi debba prendere i voti fuori dalla Lega o punti a svuotare sempre di più la stessa Lega fino a farla scomparire. Militanti che quando danno voce a questi dubbi, in modo più o meno colorito, rischiano di venire espulsi.
La Lega ha perso perché non ha (più) un progetto chiaro, perché continua a ripetere le sue parole d'ordine - contro gli immigrati, per esempio-  non rendendosi conto che gli italiani  in questo momento hanno altri problemi a cui pensare rispetto al fatto se la clandestinità sia o meno da considerarsi reato. Tanto più che gli immigrati scappano dall'Italia come e più degli italiani. Per non parlare poi di  autonomia e federalismo, concetti nobili che la stessa Lega ha contribuito a svuotare di senso negli inconcludenti anni al governo.
La Lega ha perso (e perderà) perché ha fallito la sfida del cambiamento generazionale. Dietro i Tosi, i Zaia, i Salvini (che per altro sono sulla scena da parecchio tempo) non ci sono volti nuovi su cui scommettere.  Ha cacciato Bossi per ritrovarsi con Maroni, fedele compagno del senatùr per 30 anni. Nei due comuni veneti più importanti, Treviso e Vicenza, ha candidato due icone ammaccate della vecchia guardia, come Giancarlo Gentilini e Manuela Dal Lago, la stessa che ha commentato:  "Perché ci dovrebbero votare?". Già, perché?


martedì 9 aprile 2013

Piccolo breviario degli insulti di Bossi a Tosi


«A Pontida c'erano dei fascisti che picchiavano anche le donne. Avevano i guanti neri e secondo me venivano da Verona...» . Come un fiume carsico, è riemerso il livore di Umberto Bossicontro Flavio Tosi. Un grande classico, che caratterizza la storia della Lega da almeno dieci anni. La sparata contro i fascisti di Pontida (anche se, in realtà, Tosi è stato fischiato da una nutrita truppa di lealisti del Senatur) ne ricorda altre, del passato recente ma anche (politicamente) remoto.
Un piccolo breviario degli insulti di Bossi a Tosi merita di essere compilato.
  1. “Tosi è morto”. Correva l'anno 2003, a Verona si teneva un corteo contro il procuratore capo Guido Papalia, “reo” di aver indagato Tosi e altri leghisti per una campagna contro il campo nomadi. C'era anche Bossi e molti giurano di avergli sentito dire quella frase, mentre si approcciava al palco. Molti la interpretavano come l'irritazione del Grande Capo per l'eccessivo “protagonismo” del Flavio nostrano. La Lega di Verona (Tosi ne era segretario) venne poi commissariata (l'accusa di Bossi: Tosi "mise tutta la sua famiglia dentro la sede della Lega di Verona") ma quella sentenza non fu mai applicata, forse anche per la successiva malattia del Senatur.
  2. “Il presidente della Regione Veneto? Vedo bene Tosi”. Bossi lo dice a metà 2009, quando manca ancora un anno alle regionali. Ma Bossi non ha mai avuto intenzione di candidare Tosi a quella carica, tanto che poi scelse Zaia. A posteriori, fu un tentativo di cucinare Tosi, tornato sulla cresta dell'onda dopo l'elezione a sindaco di Verona, a fuoco lento, molto lento. Forse troppo lento.
  3. “Tosi ha riempito la Lega di fascisti”. Eccola qua, la grande ossessione del Senatur. Secondo molti, nasce quanto alcuni elementi del “cerchio magico” gli fanno notare che nella lista civica del sindaco (per molti leghisti, il “partito di Tosi”, concorrente alla stessa Lega) vengono dal mondo dell'estrema destra. Siamo nell'autunno del 2011, Bossi viene messo per la prima volta in discussione nel partito e la fronda interna si manifesta apertamente durante il drammatico congresso nella “sua” Varese. Di li a poco, il Senatur non si tiene più.
  4. “Tosi è uno stronzo”. Sembra la sentenza di morte (politica) finale per Tosi, la sua espulsione dal Carroccio viene data per certa, e comunque i leghisti giurano che lo sarà se Tosi proseguirà nella sua idea di presentarsi alle amministrative del 2012 con la sua lista civica, il suo “partito”. Ma in pochi giorni il mondo cambia: scoppia lo scandalo dei diamanti in Tanzania, Bossi è costretto a dimettersi, Maroni brandisce le scope e Tosi rivince le elezioni con la sua lista (e promette di farne un nuovo movimento, insomma un “partito").
    p.s. Divertente la tempistica dell'ultima intemerata di Bossi, che consiglia anche Berlusconi di votare la fiducia a Bersani, proprio mentre Tosi dibatte aVinitaly con Matteo Renzi.    

lunedì 25 marzo 2013

Dove va Tosi (e perché Zaia va dall'altra parte)

Ha detto bene Pietrangelo Buttafuoco, venuto sabato a Verona per "sponsorizzare" la discesa in campo di Flavio Tosi come futuro leader del centrodestra: "L'Italia è come fosse nel dopoguerra. Che è peggio della guerra". Siamo circondati di macerie: non visibili, come nel '45, ma non per questo meno reali. Dopo cinque anni di crisi, l'Italia è stremata. Isole felici non ne esistono più, nemmeno al Nord, nemmeno in Veneto: le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta. Chi ha ancora un lavoro si chiede quanto durerà: siamo diventati tutti precari. L'orizzonte si è accorciato: si pensa a sopravvivere oggi, più che a progettare il domani.  E' il dopoguerra, baby. Nel frattempo l'Italia è spaccata in tre blocchi, apparentemente inconciliabili tra loro: a Roma è lo stallo più completo, mentre il mondo va veloce e ci condanna ad essere periferia della periferia.
Questo lo sanno tutti, ma solo in pochi stanno pensando al nuovo ordine che emergerà da queste macerie. Tosi è uno di questi: che ci prenda o meno lo vedremo, di certo lui guarda a un futuro che adesso ancora non c'è. Un futuro in cui Renzi prenderà la guida del centrosinistra (o di quel che ne resta) e il centrodestra si troverà a dovergli contrapporre una figura adeguata, autorevole, possibilmente della stessa generazione: Tosi sta lavorando per essere quella persona. Un percorso in salita, quello del sindaco di Verona, per tante ragioni (ne avevo elencate alcune qui), ma tutt'altro che una scommessa al buio. Il progetto della "nuova Lega" sul modello Csu bavarese serve proprio a questo: a fornire a Tosi quella base partitica di consenso che, da solo con la Lega, non avrà mai. E la macroregione, anzi le macroregioni, sono la nuova risposta "dal basso" al federalismo che il Carroccio, nonostante le promesse, non è mai riuscito a conquistare a Roma.
In questo disegno, che postula una sostanziale dissoluzione del Pdl una volta "pensionato" Berlusconi,  la Lega (che - ricordiamolo - è il partito di Tosi) è destinata ad avere un ruolo subordinato, come dimostrano per altro i rapporti di forza del "modello Verona", dove la lista trasversale di Tosi ha tre volte i voti del Carroccio.  I leghisti lo hanno capito benissimo: e se i "tosiani" si fidano dell'intuito del loro capo, tutti gli altri invece lo temono. Anche chi, come Luca Zaia, si era sempre tenuto distante dalle "beghe di partito", ha cambiato atteggiamento. Dopo le elezioni ha usato parole di inusitata violenza (per lui) per attaccare Tosi, accusandolo del pessimo risultato del Carroccio in Veneto. E oggi è tornato a sparare palle incatenate, contro la decisione di commissariare la Lega di Venezia. Non è in scena una seconda puntata della guerra tra  "bossiani" e "barbari sognanti": detto molto brutalmente, è il primo atto di chi crede ancora che la vecchia Lega abbia un futuro e di chi (Tosi e Maroni) pensa di no. Due visioni del mondo opposte e non conciliabili, di quel che sarà una volta sgomberate le macerie.

giovedì 21 febbraio 2013

Il nuovo partito di Tosi

Ci sono alcuni elementi irrituali e paradossali nel lancio, mercoledì sera in fiera a Verona, del nuovo soggetto politico targato Flavio Tosi. Al di là dei modelli di riferimento (nuova democrazia cristiana o modello Csu bavarese che dir si voglia), a colpire è prima di tutto la tempistica (e su questo non ha tutti i torti Giancarlo Galan).
A poche ore dal voto delle politiche, dove la Lega Nord è alleata al Pdl di Berlusconi, si butta nell'agone un nuovo "partito" che, se dobbiamo rapportarci a quanto è successo a Verona, mira ad allearsi con il Carroccio da una posizione di forza (la lista Tosi ha preso tre volte i voti della Lega) e, soprattutto, a spolpare lo stesso Pdl (sempre a Verona, alle ultime elezioni, ha preso un misero 5 per cento). Se a questo si aggiunge che, per dare forza a questo progetto, l'invito è quello di votare Lega domenica e lunedì (e quindi, per proprietà transitiva, a portare acqua a Berlusconi), c'è da farsi venire il mal di testa. Quanto al mal di pancia, in questo momento, è tutto dei leghisti: Maroni gli aveva promesso un partito "egemone" del Nord, mentre ora si trovano costretti in un matrimonio d'interesse con il Cavaliere e, da martedì, ad abbracciare un'idea neo-democristiana di partito dove, prevedibilmente, saranno minoranza. 
L'idea che il "modello Verona" possa funzionare anche su base regionale e nazionale è, innanzitutto, un'ipoteca sulle elezioni del 2015 e chissà cosa ne pensa Luca Zaia che col Pdl dice di governare benissimo. E' poi davvero difficile non vedere la nuova "cosa" leghista senza pensare ad un Tosi candidato governatore (anche se i tosiani lo sognano addirittura candidato premier, in una sfida con Matteo Renzi). 
Di certo, l'assunto di fondo di questa nuova scommessa politica di Tosi è che Berlusconi sia politicamente morto, il che è tutto da vedere. E' invece nella base leghista si sente grande disaffezione e si teme un risultato modesto (che diventerebbe disastroso se Maroni perdesse in Lombardia).  A partire da martedì, ne vedremo delle belle. 

lunedì 7 gennaio 2013

Il modello Verona è morto

Per otto mesi Roberto Maroni ha indicato nel "modello Verona" la strategia per raggiungere l'obiettivo della sua nuova Lega: ovvero diventare il partito egemone del Nord, come la cdu è per la baviera in Germania, per poi contrattare nuovi livelli di autonomia con Roma. Modello Verona sta a significare la formula con cui Flavio Tosi ha rivinto l'anno scorso le elezioni: Lega più liste "civiche" pensate per svuotare i consensi del maggiore concorrente dei voti padani, il Pdl.  Alla fine, invece, il neo segretario federale si è rimangiato tutto: dopo aver detto mai più con Berlusconi, ha siglato l'accordo elettorale niente meno che col Cavaliere, fregandosene dell'opinione dei militanti. Niente di nuovo, questo, in casa Lega: Umberto Bossi era noto per le sue giravolte. Alla fine degli anni Novanta aveva tacciato di eresia i segretari veneto e piemontese, rispettivamente Comencini e Comino, proprio per le loro aperture elettorali al "Roma-Polo", salvo poi - una volta cacciati gli eretici - andare a nozze proprio con quello che lui stesso, fino a qualche tempo prima, aveva chiamato  nei comizi il "mafioso di Arcore". Ma Bossi a quel tempo aveva un carisma che sarebbe riuscito a far ingoiare ai suoi qualsiasi cosa. Maroni no: tanto che, a sentire gli umori della base, il partito rischia la distruzione più oggi che per i diamanti di Belsito.
Maroni fa tutto questo per la Lombardia: diventarne presidente, e fare poi squadra con Piemonte e Veneto in un'unica grande macro regione del Nord, è evidentemente un obiettivo che giustifica qualsiasi patto, pure quello col diavolo (berlusconiano). Certo è che, se è pur vero che la politica è il regno del realismo, raramente si era assistito ad una decisione di un simile, smaccato cinismo. Che il popolo leghista lo segua è tutto da vedere e non so quanto sincere siano le parole di Tosi e Zaia che si complimentano con il Capo per l'accordo siglato. La verità è che a Maroni è mancato il coraggio di fare in Lombardia quanto fatto da Tosi a Verona: scommettere sulla propria persona e sulla propria leadership, prima che sulle alleanze. Il "modello Verona",  come prodotto da esportazione,  è così morto ancor prima di nascere. Quanto alla Lega, anche lei non sta molto bene. 

mercoledì 14 novembre 2012

Il portavoce del sindaco: un po' di luce sulle "ombre"

Ho letto anch'io sul Fatto quotidiano on line l'articolo sul "sistema Tosi", dove si parla di "ombre" sul portavoce del sindaco di Verona. Si prende spunto dal pandemonio scoppiato in Agec dopo che Michele Croce, defenestrato dalla presidenza per le spese "non necessarie" alla sistemazione del suo ufficio, ha sollevato una serie di presunte irregolarità nell'azienda che sarebbero la vera ragione, sostiene lui, della sua cacciata. Il Fatto arriva così a parlare dell'appartamento di proprietà dell'Agec in vicolo Due Mori  dove ha vissuto per un paio d'anni il portavoce del sindaco Flavio Tosi, Roberto Bolis, pagando - si precisa - 339 euro al mese pur con uno stipendio da oltre 120mila euro (lordi) l'anno. Oggi su L'Arena (il Corriere non era in edicola causa sciopero) la notizia viene smentita: si parla di un affitto da 7.746 euro l'anno, ovvero 645 euro al mese, per un tre vani di 58 mq. Si scrive anche che la base d'asta era di 580 euro, che la precedente gara indetta tre mesi prima a 695 euro era andata deserta e che quella di Bolis era l'unica offerta pervenuta. Di chi fidarsi? A chi credere?
Premetto che non ho a mia disposizione nessuna carta segreta, nessun contratto d'affitto e nessun documento. Posso però condividere questa storiella. Una sera di un paio d'anni fa, quindi in tempi non sospetti, tornando a casa dalla redazione, trovai il portavoce del sindaco Tosi  Roberto Bolis. Abitava al tempo proprio nel famigerato appartamento di palazzo Forti, con ingresso da vicolo Due Mori. Mi invitò da lui per bere un bicchiere di vino e io accettai. Il palazzo era prestigioso, ma un po' dimesso. L'appartamento poi mi sembrò  piuttosto modesto, un bilocale con finiture standard (e bagno non finestrato, se ricordo bene). Ricordo in particolare un divano letto nel soggiorno, che poteva essere stato acquistato all'Ikea, che lo stesso Bolis si era portato da Treviso, sua città d'origine. Chiesi a Bolis quanto pagava d'affitto, mi rispose attorno ai 650 euro. Mi interessava saperlo visto  che abitavo (e tutt'ora abito) a cinquanta metri di distanza e volevo fare un confronto: la cifra, tutto sommato, mi sembrava congrua.
Ricordo chiaramente di aver pensato che il portavoce del sindaco, con lo stipendio che aveva, poteva sicuramente permettersi qualcosa di meglio. Ricordo anche di aver pensato che, al posto suo, vista la delicatezza del ruolo, io non avrei preso in affitto un appartamento dall'Agec (benché ottenuto con una regolare offerta a un'asta), ma mi sarei rivolto a un'agenzia immobiliare privata. Ma questa è una questione di sensibilità personale. 

venerdì 9 novembre 2012

Agec (e le altre): i magistrati facciano presto

A Verona non c'è stato ente pubblico che non sia finito, prima o dopo, sotto la lente della magistratura. Vent'anni fa, quando infuriava Tangentopoli, il centro della corruzione era l'Agsm: non a caso i dorotei avevano lasciato volentieri la carica di sindaco alla sinistra interna, per tenersi la carica di presidente di lungadige di via Galtarossa, dove giravano i soldi veri. Anche Amia, aeroporto Catullo, fiera, autostrada Serenissima erano stati travolti. D'altra parte funzionava come un vero e proprio "sistema": i partiti di governo (Dc e Psi) si spartivano cariche e tangenti, secondo proporzioni precise. I metodi dei magistrati potevano essere brutali, con un ricorso estensivo alla carcerazione preventiva. Poi però qualche pezzo grosso vuotava il sacco. E chi finiva nella rete non aveva molte alternative al patteggiamento, e doveva  restituire quanto preso.
Da qualche anno, qui a Verona, la magistratura è tornata a interessarsi della gestione delle aziende pubbliche, con risultati però molto diversi. L'indagine sui bilanci della fondazione Arena, gravati da un buco di milioni durante la gestione Orazi, non ha portato a nulla. Di quella sulla presunta "parentopoli" in aziende come Agsm, Amia e altre, denunciata pubblicamente da alcuni esponenti del centrosinistra che tuttavia non si erano rivolti direttamente alla procura contestando l'inopportunità di certi comportamenti e non la loro rilevanza penale,  si sono perse le tracce. Poi è arrivata l'inchiesta sull'aeroporto Catullo, aperta dopo una trasmissione televisiva in cui gli ex amministratori parlavano liberamente di spartizione di posti e assunzioni pilotate dalla politica: era il febbraio dell'anno scorso, ex presidente e ex direttore generale sarebbero indagati, ma di più non si sa. Adesso, una nuova indagine, sull'Agec, di cui si è parlato molto negli ultimi tempi perché il presidente è stato cacciato per essersi rifatto l'ufficio. Ma questa indagine con questo fatto non c'entrerebbe, si indaga invece ad ampio spettro  su appalti e assegnazione di alloggi e su tutta l'attività dell'azienda degli ultimi mesi.
Ogni volta i diretti interessati reagiscono allo stesso modo:  "massima fiducia nei magistrati". Poi però spesso le indagini si dimostrano complicate, i tempi si allungano, l'opinione pubblica (e la stampa) se ne scordano fino allo scandalo successivo. C'è davvero da augurarsi che stavolta sia diverso, che le indagini siano rapide e circostanziate, perché in giro ci sono parecchi inquinatori di pozzi e c'è un grande bisogno di chiarezza e trasparenza.

lunedì 5 novembre 2012

Caso Agec: messo in Croce troppo presto?


Mi sono espresso qualche settimana fa sul “caso Croce”, ma gli ultimi sviluppi meritano di essere raccontati. Già perché il presidente (sfiduciato) dell’Agec, l’azienda comunale che gestisce gli alloggi popolari, accusato di essersi rifatto l’ufficio a caro prezzo – e quindi subito additato come emblema della “casta” – è passato al contrattacco. La sua strategia difensiva (Croce è pur sempre un avvocato) mira a far passare, sostanzialmente, questo messaggio: quello dell’ufficio è un pretesto per farlo fuori, dopo che lui ha iniziato a mettere il naso in alcune questioni “scottanti” con l’intento di fare pulizia. Croce ha raccontato di serrature cambiate per evitare che lui potesse accedere alle stanze, ha sollevato il caso dei tanti appartamenti di pregio di proprietà dell’Agec affittati a prezzi risibili, se comparati con i prezzi di mercato, divulgando anche i nomi di alcuni inquilini eccellenti: un consigliere comunale e un consigliere di amministrazione della stessa Agec, entrambi della Lega Nord.
Mi sono passato in rassegna la pagina facebook di Croce. Abbondano i commenti dei suoi sostenitori che lo spronano: “Avanti, scoperchiamo il pentolone”, “Non mollare, mandali a casa tutti”, “Croce sei una brava persona mi raccomando tieni duro e non mollare”, “spero tu abbia la forza e i documenti per far scoppiare uno scandalo”. Interviene anche la ex consigliera del Pdl Elena Traverso, che dice “Vogliamo chiarezza”.
Nel mio piccolo, mi unisco anch’io a questo appello e spero che Croce, che ha scritto anche una lettera al sindaco Flavio Tosi (nella cui lista è stato eletto alle amministrative) ma ha le ore contate alla presidenza dell’Agec, abbia le prove per dimostrare le sue accuse. Per ora, mi limito a segnalare alcune stranezze di questa vicenda sempre più ingarbugliata, a partire dall’ufficio rifatto con 33mila euro (per non parlare di quei preventivi da quasi 50mila euro, opportunamente cestinati, pieni di pezzi kitch). A mio avviso, Croce non può limitarsi a chiamare in causa la Corte dei Conti perché giudichi la legittimità del suo operato, perché si tratta, prima di tutto, di una questione di opportunità. Ciò detto, è evidente che la questione ufficio passa decisamente in secondo piano di fronte alla (presunta) “affittopoli”: se (e sottolineo se)  quanto va dicendo Croce è vero, tutta una serie di prese di posizione (a partire dal cda di Agec che, compatto, lo ha sfiduciato) andrebbero riviste sotto un’altra luce. Al momento non ci sono abbastanza elementi per dirlo, ma il dubbio comincia a insinuarsi: e se Croce fosse stato messo in croce troppo presto?

lunedì 8 ottobre 2012

Ognuno ha il suo Croce


Di questi tempi, trovare esempi di una politica lontana anni luce dai problemi e dalle sofferenze dell'uomo della strada non è impresa ardua. E anche a Verona, dove non ci facciamo mai mancare niente, è spuntato dall'anonimato un certo Michele Croce. Non lo conosco personalmente e mai avevo sentito parlare di lui, prima della campagna elettorale quando sui giornali ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni pro-Tosi a nome del circolo culturale di destra l'Officina, di cui era segretario. Poi l'ho trovato candidato nella lista “civica” di Tosi, è stato eletto, ma fare il consigliere comunale, evidentemente, non gli interessava. Così, alla prima tornata di nomine negli enti pubblici, è stato messo presidente dell'Agec, l'azienda comunale che si occupa di farmacie, cimiteri ma soprattutto dell'assegnazione delle case popolari.
Croce è un avvocato e io non ho idea se sia adatto o meno per ricoprire un ruolo tanto delicato quanto mal pagato (l'Agec è spesso l'ultima scelta di chi cerca una poltrona negli enti: il presidente prende poco più di 15mila euro lordi in un anno). Sta di fatto che non appena si è insediato nel suo ufficio ha dato subito mandato di rinnovarlo: mobili nuovi e una bella rinfrescata a pareti, porte, pavimenti e infissi. Conto totale: 33mila euro. E meno male per lui che un primo preventivo da 48mila euro, che prevedeva una buona dose di accessori kitch, è stato tenuto nel cassetto. In ogni caso, Croce giura che tutti gli interventi erano necessari e  improcrastinabili. Ma ora un tecnico comunale, incaricato dal sindaco, ha fatto una relazione che suggerisce il contrario, e che verrà esaminata giovedì dal consiglio di amministrazione: se quelle spese saranno giudicate “non necessarie” (e non vedo come possa essere diversamente), l'avvocato dovrà pagare di tasca sua, come già capitato a un suo precursore, l'altrettanto sconosciuto Giovanni Frigo, catapultato alla presidenza di Agsm Energia da qualche corrente di Forza Italia, ma subito pronto a investire oltre 20mila euro dell'azienda per qualche poltrona di pelle.
Sgombriamo il campo da scomodi paragoni: Croce non è certo Batman Fiorito e non c'entra nulla con lo squallore del suo omologo lombardo Antonio Piazza. Gli si può imputare, al massimo, un comportamento inopportuno, una mancanza di tatto nel  rimettere a nuovo il suo ufficio presidenziale mentre il core-business della sua azienda  sono – sostanzialmente – i poveracci. Eppure, comportamenti come i suoi rischiano di danneggiare non poco  Tosi, che per governare senza impedimenti, ha preferito farsi un partito personale di gente che gli assicura massima fedeltà e dove il merito si misura coi voti. Comunque vada a finire, non credo che Croce uscirà bene da questa vicenda: ma la figuraccia sarà anche di Tosi, ovvero l'artefice della sua (breve?) carriera politica. E non sarà un bel biglietto da visita per la nuova Lega di Maroni che, in un'Italia sempre più simile a una cloaca intasata dalla corruzione, cerca di vendere il “modello Verona” come sinonimo di virtù.

lunedì 17 settembre 2012

Perché Tosi non è il Renzi di destra

Sono entrambi sindaci, relativamente giovani e un po' ribelli. Sono innamorati del potere e la loro città non gli basta. Paragonare  Flavio Tosi e Matteo Renzi può essere suggestivo tanto che c'è chi si chiede: può Tosi diventare per il centrodestra quel che Renzi vuol diventare per il centrosinistra? Secondo me, no.
  1. Scommessa vs calcolo. Da Verona Renzi lo ha detto chiaramente: “non voglio aspettare il mio turno”. La sua scommessa è quella di ribaltare il tavolo con le primarie: se le vince, avrà il mandato popolare, ma buona parte del suo partito contro. Per Tosi, al contrario, è contato di più prendersi il partito. Ha fiutato l’onda del cambiamento, l’ha cavalcato ma non troppo, saldando il ticket con Maroni. Il calcolo è preciso: è passato dall’essere un paria leghista al numero due. Ma ora dovrà aspettare il “suo turno”. C’è gente che è morta (politicamente) aspettando. 
  2. Uomini vs caporali. Renzi è di destra? Dibattito noioso. Piuttosto parliamo del fatto che sa aggregare una serie di personalità – da Oscar Farinetti a Pep Guardiola (qui c’è un elenco completo) – che hanno qualcosa da dire: la sua squadra non avrà (ancora) quantità, ma ha (già) qualità. Non altrettanto si può dire dell’ipotetica squadra di Tosi: al di là di qualche testa pensante, Tosi si è circondato di tanti yes-man, che gli portano voti ma non idee e qualche volta lo espongono a delle figuracce.
  3. Trampolino vs pedana. Per Renzi il Pd è un grande trampolino per la conquista del potere in Italia. La Lega è invece un partito territoriale, un po’ in crisi di identità ancor prima che di consensi. Per Tosi finora è stata una pedana, che lo ha innalzato dall’anonimato. Ma cosa può essere di più? Maroni dice che bisogna esportare il modello vincente di Verona, Lega più civiche di centrodestra. A me pare  poco più di una boutade che, più che alle elezioni politiche, guarda alle regionali (al Nord) del 2015.