A Verona non c'è stato ente pubblico che non sia finito, prima o dopo, sotto la lente della magistratura. Vent'anni fa, quando infuriava Tangentopoli, il centro della corruzione era l'Agsm: non a caso i dorotei avevano lasciato volentieri la carica di sindaco alla sinistra interna, per tenersi la carica di presidente di lungadige di via Galtarossa, dove giravano i soldi veri. Anche Amia, aeroporto Catullo, fiera, autostrada Serenissima erano stati travolti. D'altra parte funzionava come un vero e proprio "sistema": i partiti di governo (Dc e Psi) si spartivano cariche e tangenti, secondo proporzioni precise. I metodi dei magistrati potevano essere brutali, con un ricorso estensivo alla carcerazione preventiva. Poi però qualche pezzo grosso vuotava il sacco. E chi finiva nella rete non aveva molte alternative al patteggiamento, e doveva restituire quanto preso.
Da qualche anno, qui a Verona, la magistratura è tornata a interessarsi della gestione delle aziende pubbliche, con risultati però molto diversi. L'indagine sui bilanci della fondazione Arena, gravati da un buco di milioni durante la gestione Orazi, non ha portato a nulla. Di quella sulla presunta "parentopoli" in aziende come Agsm, Amia e altre, denunciata pubblicamente da alcuni esponenti del centrosinistra che tuttavia non si erano rivolti direttamente alla procura contestando l'inopportunità di certi comportamenti e non la loro rilevanza penale, si sono perse le tracce. Poi è arrivata l'inchiesta sull'aeroporto Catullo, aperta dopo una trasmissione televisiva in cui gli ex amministratori parlavano liberamente di spartizione di posti e assunzioni pilotate dalla politica: era il febbraio dell'anno scorso, ex presidente e ex direttore generale sarebbero indagati, ma di più non si sa. Adesso, una nuova indagine, sull'Agec, di cui si è parlato molto negli ultimi tempi perché il presidente è stato cacciato per essersi rifatto l'ufficio. Ma questa indagine con questo fatto non c'entrerebbe, si indaga invece ad ampio spettro su appalti e assegnazione di alloggi e su tutta l'attività dell'azienda degli ultimi mesi.
Ogni volta i diretti interessati reagiscono allo stesso modo: "massima fiducia nei magistrati". Poi però spesso le indagini si dimostrano complicate, i tempi si allungano, l'opinione pubblica (e la stampa) se ne scordano fino allo scandalo successivo. C'è davvero da augurarsi che stavolta sia diverso, che le indagini siano rapide e circostanziate, perché in giro ci sono parecchi inquinatori di pozzi e c'è un grande bisogno di chiarezza e trasparenza.
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venerdì 9 novembre 2012
lunedì 5 novembre 2012
Caso Agec: messo in Croce troppo presto?
Mi sono espresso qualche settimana fa sul “caso Croce”, ma gli ultimi sviluppi meritano di essere raccontati. Già perché il presidente (sfiduciato) dell’Agec, l’azienda comunale che gestisce gli alloggi popolari, accusato di essersi rifatto l’ufficio a caro prezzo – e quindi subito additato come emblema della “casta” – è passato al contrattacco. La sua strategia difensiva (Croce è pur sempre un avvocato) mira a far passare, sostanzialmente, questo messaggio: quello dell’ufficio è un pretesto per farlo fuori, dopo che lui ha iniziato a mettere il naso in alcune questioni “scottanti” con l’intento di fare pulizia. Croce ha raccontato di serrature cambiate per evitare che lui potesse accedere alle stanze, ha sollevato il caso dei tanti appartamenti di pregio di proprietà dell’Agec affittati a prezzi risibili, se comparati con i prezzi di mercato, divulgando anche i nomi di alcuni inquilini eccellenti: un consigliere comunale e un consigliere di amministrazione della stessa Agec, entrambi della Lega Nord.
Mi sono passato in rassegna la pagina facebook di Croce. Abbondano i commenti dei suoi sostenitori che lo spronano: “Avanti, scoperchiamo il pentolone”, “Non mollare, mandali a casa tutti”, “Croce sei una brava persona mi raccomando tieni duro e non mollare”, “spero tu abbia la forza e i documenti per far scoppiare uno scandalo”. Interviene anche la ex consigliera del Pdl Elena Traverso, che dice “Vogliamo chiarezza”.
Nel mio piccolo, mi unisco anch’io a questo appello e spero che Croce, che ha scritto anche una lettera al sindaco Flavio Tosi (nella cui lista è stato eletto alle amministrative) ma ha le ore contate alla presidenza dell’Agec, abbia le prove per dimostrare le sue accuse. Per ora, mi limito a segnalare alcune stranezze di questa vicenda sempre più ingarbugliata, a partire dall’ufficio rifatto con 33mila euro (per non parlare di quei preventivi da quasi 50mila euro, opportunamente cestinati, pieni di pezzi kitch). A mio avviso, Croce non può limitarsi a chiamare in causa la Corte dei Conti perché giudichi la legittimità del suo operato, perché si tratta, prima di tutto, di una questione di opportunità. Ciò detto, è evidente che la questione ufficio passa decisamente in secondo piano di fronte alla (presunta) “affittopoli”: se (e sottolineo se) quanto va dicendo Croce è vero, tutta una serie di prese di posizione (a partire dal cda di Agec che, compatto, lo ha sfiduciato) andrebbero riviste sotto un’altra luce. Al momento non ci sono abbastanza elementi per dirlo, ma il dubbio comincia a insinuarsi: e se Croce fosse stato messo in croce troppo presto?
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lunedì 8 ottobre 2012
Ognuno ha il suo Croce
Di questi tempi, trovare esempi di una politica lontana anni luce dai problemi e dalle sofferenze dell'uomo della strada non è impresa ardua. E anche a Verona, dove non ci facciamo mai mancare niente, è spuntato dall'anonimato un certo Michele Croce. Non lo conosco personalmente e mai avevo sentito parlare di lui, prima della campagna elettorale quando sui giornali ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni pro-Tosi a nome del circolo culturale di destra l'Officina, di cui era segretario. Poi l'ho trovato candidato nella lista “civica” di Tosi, è stato eletto, ma fare il consigliere comunale, evidentemente, non gli interessava. Così, alla prima tornata di nomine negli enti pubblici, è stato messo presidente dell'Agec, l'azienda comunale che si occupa di farmacie, cimiteri ma soprattutto dell'assegnazione delle case popolari.
Croce è un avvocato e io non ho idea se sia adatto o meno per ricoprire un ruolo tanto delicato quanto mal pagato (l'Agec è spesso l'ultima scelta di chi cerca una poltrona negli enti: il presidente prende poco più di 15mila euro lordi in un anno). Sta di fatto che non appena si è insediato nel suo ufficio ha dato subito mandato di rinnovarlo: mobili nuovi e una bella rinfrescata a pareti, porte, pavimenti e infissi. Conto totale: 33mila euro. E meno male per lui che un primo preventivo da 48mila euro, che prevedeva una buona dose di accessori kitch, è stato tenuto nel cassetto. In ogni caso, Croce giura che tutti gli interventi erano necessari e improcrastinabili. Ma ora un tecnico comunale, incaricato dal sindaco, ha fatto una relazione che suggerisce il contrario, e che verrà esaminata giovedì dal consiglio di amministrazione: se quelle spese saranno giudicate “non necessarie” (e non vedo come possa essere diversamente), l'avvocato dovrà pagare di tasca sua, come già capitato a un suo precursore, l'altrettanto sconosciuto Giovanni Frigo, catapultato alla presidenza di Agsm Energia da qualche corrente di Forza Italia, ma subito pronto a investire oltre 20mila euro dell'azienda per qualche poltrona di pelle.
Sgombriamo il campo da scomodi paragoni: Croce non è certo Batman Fiorito e non c'entra nulla con lo squallore del suo omologo lombardo Antonio Piazza. Gli si può imputare, al massimo, un comportamento inopportuno, una mancanza di tatto nel rimettere a nuovo il suo ufficio presidenziale mentre il core-business della sua azienda sono – sostanzialmente – i poveracci. Eppure, comportamenti come i suoi rischiano di danneggiare non poco Tosi, che per governare senza impedimenti, ha preferito farsi un partito personale di gente che gli assicura massima fedeltà e dove il merito si misura coi voti. Comunque vada a finire, non credo che Croce uscirà bene da questa vicenda: ma la figuraccia sarà anche di Tosi, ovvero l'artefice della sua (breve?) carriera politica. E non sarà un bel biglietto da visita per la nuova Lega di Maroni che, in un'Italia sempre più simile a una cloaca intasata dalla corruzione, cerca di vendere il “modello Verona” come sinonimo di virtù.
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