Non fossi un addetto ai lavori, penso che la mia reazione alla notizia della firma della concessione quarantennale per l'aeroporto bresciano di Montichiari al veronese Catullo sarebbe stata su per giù un'alzata di spalle. E allora? Cosa cambia nella mia vita? Insomma: chi se frega.
Avrei sbagliato. Un po' come chi dice: "Lo spread? Un'invenzione!". E poi però dimentica che l'Italia è Paese che (soprav)vive solo grazie al debito e che più lo spread è alto più è costoso farsi prestare i soldi che servono per pagare gli stipendi di medici e insegnanti, sostenere gli anziani in casa di riposo, tappare le buche delle strade.
Riassunta in poche parole la questione D'Annunzio (così si chiama lo scalo bresciano) si può spiegare così: per 14 anni anni il Catullo - e quindi noi veronesi, che del Catullo siamo azionisti attraverso Comune, Provincia e Camera di Commercio - ha buttato una marea di soldi (si parla di decine e decine di milioni di euro) in qualcosa che nemmeno era, tecnicamente suo. Immaginiamo di prendere una casa in affitto, ristrutturarla per bene, e poi un bel giorno venire sfrattati: quello che noi pensavamo fosse un investimento, si rivelerebbe la più atroce delle beffe. Ora, la concessione è sostanzialmente un prolungamento - di 40 anni - del contratto di affitto della casa da cui, appena tre mesi fa, eravamo stati sfrattati.
La prima conseguenza di questo è chiara a tutti: visto che la casa, adesso, è mia, se non ci abito posso almeno subaffittarla a qualcuno e rientrare in possesso di un po' di quei soldi che ci ho speso. E' questo che il management dell'aeroporto intende quando parla di un piano di rilancio "finalizzato all'ingresso di partner industriali".
Per il resto, la strategia per Montichiari è ormai delineata: dovrà diventare un aeroporto specializzato nelle merci facendo concorrenza non tanto a Malpensa (dove oggi atterranno la maggior parte dei cargo) ma agli scali del Nord Europa (Francoforte, Monaco ecc): già perché la maggior parte delle cose che importiamo atterra in Germania e viene trasportata in Italia via camion. Non ho né gli elementi né le competenze per dire se questo piano riuscirà: di certo, perché abbia almeno qualche possibilità, la concessione era fondamentale. Mica posso convincere i cinesi ad atterrare sulla mia pista se non ho nemmeno la certezza che l'hanno prossimo sarà ancora la mia pista.
Infine, i riflessi su Verona. Il Catullo non va troppo bene: troppi costi (che in questo ultimo anno si è cercato di tagliare pesantemente, dopo il maxibuco di 26 milioni nel 2011) e un futuro incerto. I voli charter, su cui un tempo Verona era specializzata, sembrano ormai un retaggio del Novecento. Sui low-cost, dopo il clamoroso divorzio da Ryanair, si raccoglieranno le briciole. Rimangono i voli di linea, dove restano alcune rotte ben presidiate, ma in generale poca roba. Ecco che l'aeroporto di Brescia, con quei suoi margini di crescita tutt'ora ignoti e inesplorati, può in prospettiva rappresentare tantissimo per Verona: magari, in un futuro non troppo distante, contribuire a tenere aperto uno scalo (importantissimo per l'indotto della città) che, per ragioni puramente industriali, potrebbe perfino essere chiuso. La vera domanda, insomma, non è tanto: chi se ne frega di Montichiari? Piuttosto: riuscirà il tenente colonnello D'Annunzio a salvare il soldato Catullo?
martedì 19 marzo 2013
lunedì 18 marzo 2013
La (cinica) follia del lusso ai tempi della crisi
Sono stato, sabato pomeriggio, a visitare l'Excelsior, il nuovo grande magazzino del "lusso" che ha aperto da qualche giorno a Verona in fondo a via Mazzini, al posto della vecchia Upim. Sul mio giornale, in settimana, avevo letto l'intervista dell'amministratore delegato del gruppo Coin Stefano Beraldo che, nello spiegare i nove milioni di euro investiti nella struttura, esordiva così: "Investire oggi in Italia può sembrare una follia, ma se qualcuno ci domanda se siamo folli, questa è la nostra risposta". Credo che non ci sia nessuna folle follia nell'Excelsior Verona (a parte le borse del marchio omonimo, al suo interno) e, per spiegare il perché, la prenderò un po' da lontano. Ma non troppo: alla fine è una cosa che ci riguarda più o meno tutti.
L'Excelsior, che già è a Milano, riprende in piccolo il concetto dei magazzini Harrod's di Londra o dei Lafayette di Parigi, ma si limita a vendere vestiti e profumi di marca (presto si potrà anche mangiare nella "food hall"): l'offerta sembra quella del duty free di un grande aeroporto internazionale. D'altra parte, il concetto stesso di lusso è cambiato, da quando il lusso è diventato "di massa": ha poco a che fare con il pregio dei tessuti, la qualità delle finiture, ha molto a che fare con il design, il brand. Insomma, si rischia di spendere 300 euro per comprare un maglione non molto migliore di quello che si trova al mercato, benché in un ambiente certo diverso, luminoso, accogliente (per me soffocante), dove si viene "coccolati" da uno stuolo di giovani commessi.
Ma poi non è questo in fondo il punto: alla fine ognuno è libero di spendere i propri soldi come vuole, no? La vera domanda in realtà è un'altra: chi, di questi tempi, ha dei soldi da spendere? E qui torniamo alla "follia" di cui sopra e del perché, secondo me, non c'è nulla di folle. Il mondo in cui viviamo è tremendamente diseguale: i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre la schiera dei poveri si ingrossa con chi, fino a ieri, se la cavava dignitosamente. Eppure, la maggior parte di noi ha una visione ancora troppo edulcorata della realtà: in sostanza, non ha la percezione di quanto davvero siano ricchi i ricchi, di quanta quota della ricchezza detengano rispetto a tutti gli altri. Vedere per credere questo video sulla distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti (dove le cose accadono sempre un po' prima che da noi): la maggioranza degli americani vorrebbe un sistema più equo, ma la sua percezione delle diseguaglianze non ha nulla a che fare con la realtà, che è molto, molto peggiore di quanto s'immagini. Questo è il mondo che sta plasmando questa lunga crisi: se in passato vigeva la regola dell'80/20 (l'80% della ricchezza mondiale è detenuto dal 20% della popolazione), lo schema sta diventando sempre più quello del 99/1 (il 99% detenuto dall'1%).
Ora, se io fossi un imprenditore del lusso, mi preoccuperei - con una punta di cinismo - di non disperdere i consumi di questa piccola quota di straricchi. Come fare? Per esempio, concentrando in un solo luogo open-space una serie di boutique dai marchi noti e riconoscibili, in un ambiente "sfarzoso" ma accogliente. Come dite? Una follia?
L'Excelsior, che già è a Milano, riprende in piccolo il concetto dei magazzini Harrod's di Londra o dei Lafayette di Parigi, ma si limita a vendere vestiti e profumi di marca (presto si potrà anche mangiare nella "food hall"): l'offerta sembra quella del duty free di un grande aeroporto internazionale. D'altra parte, il concetto stesso di lusso è cambiato, da quando il lusso è diventato "di massa": ha poco a che fare con il pregio dei tessuti, la qualità delle finiture, ha molto a che fare con il design, il brand. Insomma, si rischia di spendere 300 euro per comprare un maglione non molto migliore di quello che si trova al mercato, benché in un ambiente certo diverso, luminoso, accogliente (per me soffocante), dove si viene "coccolati" da uno stuolo di giovani commessi.
Ma poi non è questo in fondo il punto: alla fine ognuno è libero di spendere i propri soldi come vuole, no? La vera domanda in realtà è un'altra: chi, di questi tempi, ha dei soldi da spendere? E qui torniamo alla "follia" di cui sopra e del perché, secondo me, non c'è nulla di folle. Il mondo in cui viviamo è tremendamente diseguale: i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre la schiera dei poveri si ingrossa con chi, fino a ieri, se la cavava dignitosamente. Eppure, la maggior parte di noi ha una visione ancora troppo edulcorata della realtà: in sostanza, non ha la percezione di quanto davvero siano ricchi i ricchi, di quanta quota della ricchezza detengano rispetto a tutti gli altri. Vedere per credere questo video sulla distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti (dove le cose accadono sempre un po' prima che da noi): la maggioranza degli americani vorrebbe un sistema più equo, ma la sua percezione delle diseguaglianze non ha nulla a che fare con la realtà, che è molto, molto peggiore di quanto s'immagini. Questo è il mondo che sta plasmando questa lunga crisi: se in passato vigeva la regola dell'80/20 (l'80% della ricchezza mondiale è detenuto dal 20% della popolazione), lo schema sta diventando sempre più quello del 99/1 (il 99% detenuto dall'1%).
Ora, se io fossi un imprenditore del lusso, mi preoccuperei - con una punta di cinismo - di non disperdere i consumi di questa piccola quota di straricchi. Come fare? Per esempio, concentrando in un solo luogo open-space una serie di boutique dai marchi noti e riconoscibili, in un ambiente "sfarzoso" ma accogliente. Come dite? Una follia?
martedì 12 marzo 2013
Traforo vs Filobus
Il Passante Nord, e con esso il traforo delle Torricelle, ha fatto un notevole passo avanti con la firma della concessione dei lavori, la settimana scorsa. Ma attenzione: l'iter è tutt'altro che concluso. Servono i certificati antimafia, la Valutazione d'impatto ambientale dal ministero (e i neoparlamentari Pd e grllini promettono che la bloccheranno: vedremo), soprattutto serve una montagna di soldi che le banche dovranno prestare a chi si accollerà l'investimento (un totale di circa un miliardo di euro, compresa la manutenzione) con la speranza di vederselo ripagare dai pedaggi. Sullo sfondo, i problemi della Mantovani, l'impresa di costruzioni che promette di entrare nella nuova società di progetto con un ruolo da protagonista. Ma protagonista, delle cronache, è stato in queste settimane Pierangelo Baita, il presidente, arrestato per una storia di fatture false con l'accusa di evasione fiscale e truffa (e c'è chi ipotizza un giro di mazzette).
Di fronte a temi come quello del traforo, si rischia sempre di dividersi in fazioni: guelfi contro ghibellini, sostenitori delle grandi opere a prescindere "perché portano posti di lavoro e sviluppo" e all'opposto campioni dell'effetto "Nimby" - not in my backyard. Alla fine rischia di sfuggire il nodo di fondo, l'idea di città che si avvalla con il traforo (e che, occorre dirlo, la maggioranza dei veronesi ha legittimato con il voto): una città dove il trasporto automobilistico resta la forma principale di mobilità, dove si preferisce pagare un pedaggio per utilizzare una galleria che un biglietto dell'autobus per muoversi, a costi sociali molto più ridotti.
C'è da capirli i veronesi: il trasporto pubblico qui è assolutamente inadeguato. Ma guardiamoci intorno. A Padova, ormai da 5-6 anni, si muovono con un tram su rotaia che taglia la città da nord a sud con frequenza ogni sette minuti. A Brescia hanno appena inaugurato una avveniristica metropolitana con guida automatica: una sommessa ambiziosa (e costosa) per una città così piccola, che ha deciso di investire nel trasporto pubblico quello che a Verona si spenderà per il traforo (circa 900 milioni di euro). A Verona, si è puntato su un filobus "low-cost" che promette pochi disagi di cantieri e grande flessibilità. C'è da sperare che tecnici e assessori abbiano studiato bene la lezione di Bologna, che con un filobus (a guida assistita) ha preso un enorme cantonata ed ora è costretta a tenere i mezzi a marcire nei depositi.
Al netto di tutto questo, però, mi frulla nel cervello una domanda: se il filobus manterrà le promesse e rivoluzionerà davvero la mobilità di Verona, togliendo quindi migliaia di auto dalle strade, che bisogno ci sarebbe del traforo?
P.s. In questa intervista a L'Arena, il boss di Technital Massimo Raccosta risponde anche a questa domanda, sostenendo che solo quando il traforo libererà la città dalle auto, il filobus potrà funzionare davvero. Sommessamente, mi tengo tutti i miei dubbi.
Di fronte a temi come quello del traforo, si rischia sempre di dividersi in fazioni: guelfi contro ghibellini, sostenitori delle grandi opere a prescindere "perché portano posti di lavoro e sviluppo" e all'opposto campioni dell'effetto "Nimby" - not in my backyard. Alla fine rischia di sfuggire il nodo di fondo, l'idea di città che si avvalla con il traforo (e che, occorre dirlo, la maggioranza dei veronesi ha legittimato con il voto): una città dove il trasporto automobilistico resta la forma principale di mobilità, dove si preferisce pagare un pedaggio per utilizzare una galleria che un biglietto dell'autobus per muoversi, a costi sociali molto più ridotti.
C'è da capirli i veronesi: il trasporto pubblico qui è assolutamente inadeguato. Ma guardiamoci intorno. A Padova, ormai da 5-6 anni, si muovono con un tram su rotaia che taglia la città da nord a sud con frequenza ogni sette minuti. A Brescia hanno appena inaugurato una avveniristica metropolitana con guida automatica: una sommessa ambiziosa (e costosa) per una città così piccola, che ha deciso di investire nel trasporto pubblico quello che a Verona si spenderà per il traforo (circa 900 milioni di euro). A Verona, si è puntato su un filobus "low-cost" che promette pochi disagi di cantieri e grande flessibilità. C'è da sperare che tecnici e assessori abbiano studiato bene la lezione di Bologna, che con un filobus (a guida assistita) ha preso un enorme cantonata ed ora è costretta a tenere i mezzi a marcire nei depositi.
Al netto di tutto questo, però, mi frulla nel cervello una domanda: se il filobus manterrà le promesse e rivoluzionerà davvero la mobilità di Verona, togliendo quindi migliaia di auto dalle strade, che bisogno ci sarebbe del traforo?
P.s. In questa intervista a L'Arena, il boss di Technital Massimo Raccosta risponde anche a questa domanda, sostenendo che solo quando il traforo libererà la città dalle auto, il filobus potrà funzionare davvero. Sommessamente, mi tengo tutti i miei dubbi.
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venerdì 1 marzo 2013
Visto da Verona: non può che essere Pd-Grillo
Dopo un iniziale momento di smarrimento, mi sto lentamente convincendo che i risultati delle elezioni non sono così male come sembrano. Certo, all'apparenza sembra un tutti contro tutti foriero di un'instabilità di cui l'Italia non ha certo bisogno. Eppure, ci sono alcuni elementi finora sottovalutati che, a mio parere, una volta insediato il Parlamento, diventeranno importanti, forse decisivi.
Partito democratico e Movimento 5 Stelle hanno diverse affinità e non vedo perché non possano provare a fare un governo. Grillo dice che Bersani è uno "stalker politico", che il Pd sta mettendo in piedi un "mercato delle vacche", che non voteranno mai nessuna fiducia. Vedremo se si tratta di semplici schermaglie, o meno.
Per adesso, mi soffermerei su altri elementi. Primo: sia i parlamentari del Pd che quelli del M5S devono la loro elezione alle primarie. Possiamo criticare all'infinito i metodi di selezione degli uni e degli altri, la cosa indiscutibile è che gli uni e gli altri sono in Parlamento perché le rispettive "basi" hanno dato loro fiducia. E le due "basi", mi pare, sono tutt'altro che ostili all'idea di un governo comune, che non ha certo l'ambizione di durare cinque anni, ma che può realizzare alcune riforme importanti (costi della politica, legge elettorale) su cui le posizioni sono simili.
Per quanto se ne sia data un'imagine caricaturale - e gli eccessi verbali di Grillo non fanno che amplificare questo effetto - i grillini sono tutt'altro che marziani. Parlo per quelli che conosco, quelli di Verona. Gente istruita, magari inesperta, non certo dei barricaderi con il coltello tra i denti, ma persone apparentemente di buon senso, che guardano alle buone pratiche dell'Europa del nord. In parlamento ci sono loro, Grillo no. E quelli del Pd? I veronesi li conosco bene, so che difficilmente voterebbero la fiducia a un governo con Berlusconi: i loro elettori (quelli che li hanno votati alle primarie e fatti eleggere) li spellerebbero vivi. In ultimo, le primarie hanno - se non eliminato - certamente attenuato le logiche di corrente che hanno devastato il Pd negli ultimi anni: c'è da sperare che più gente decida, adesso, con la propria testa, e non sotto ricatto dei capibastone.
C'è poi anche una questione generazionale: le primarie del Pd hanno in buona parte svecchiato gli eletti, e pure i grillini sono in buona parte under 40. Gente che conosce bene la realtà (spesso drammatica) dei giovani, della precarietà, per averla vissuta anche sulla propria pelle. Lo stesso non si può dire né del Pdl (i cui volti nuovi si contano sulle dita di una mano), né dei "montiani" (una pattuglia che pare fin troppo aristocratica).
Sono davvero curioso di vedere cosa succederà in Parlamento. Mai questa volta, con leader profondamente delegittimati (Bersani ha condotto una campagna elettorale suicida e ha incassato un risultato disastroso) o al contrario eccessivi fino a derive messianiche (ma ricordiamoci che uno dei comandamenti del M5S è che ognuno "vale uno", Grillo compreso), deputati e senatori saranno responsablizzati come non mai. Dopo anni di schiaffi al Parlamento, a me sembra tutto sommato una buona notizia. Altro che tornare a votare: adesso che il Paese è diviso in tre blocchi, i due più "simili" devono necessariamente mettersi attorno a un tavolo e trovare un terreno comune. Gli eletti facciano quello per cui abbiamo mandati a Roma e per cui li paghiamo. Ci governino, possibilmente bene.
Partito democratico e Movimento 5 Stelle hanno diverse affinità e non vedo perché non possano provare a fare un governo. Grillo dice che Bersani è uno "stalker politico", che il Pd sta mettendo in piedi un "mercato delle vacche", che non voteranno mai nessuna fiducia. Vedremo se si tratta di semplici schermaglie, o meno.
Per adesso, mi soffermerei su altri elementi. Primo: sia i parlamentari del Pd che quelli del M5S devono la loro elezione alle primarie. Possiamo criticare all'infinito i metodi di selezione degli uni e degli altri, la cosa indiscutibile è che gli uni e gli altri sono in Parlamento perché le rispettive "basi" hanno dato loro fiducia. E le due "basi", mi pare, sono tutt'altro che ostili all'idea di un governo comune, che non ha certo l'ambizione di durare cinque anni, ma che può realizzare alcune riforme importanti (costi della politica, legge elettorale) su cui le posizioni sono simili.
Per quanto se ne sia data un'imagine caricaturale - e gli eccessi verbali di Grillo non fanno che amplificare questo effetto - i grillini sono tutt'altro che marziani. Parlo per quelli che conosco, quelli di Verona. Gente istruita, magari inesperta, non certo dei barricaderi con il coltello tra i denti, ma persone apparentemente di buon senso, che guardano alle buone pratiche dell'Europa del nord. In parlamento ci sono loro, Grillo no. E quelli del Pd? I veronesi li conosco bene, so che difficilmente voterebbero la fiducia a un governo con Berlusconi: i loro elettori (quelli che li hanno votati alle primarie e fatti eleggere) li spellerebbero vivi. In ultimo, le primarie hanno - se non eliminato - certamente attenuato le logiche di corrente che hanno devastato il Pd negli ultimi anni: c'è da sperare che più gente decida, adesso, con la propria testa, e non sotto ricatto dei capibastone.
C'è poi anche una questione generazionale: le primarie del Pd hanno in buona parte svecchiato gli eletti, e pure i grillini sono in buona parte under 40. Gente che conosce bene la realtà (spesso drammatica) dei giovani, della precarietà, per averla vissuta anche sulla propria pelle. Lo stesso non si può dire né del Pdl (i cui volti nuovi si contano sulle dita di una mano), né dei "montiani" (una pattuglia che pare fin troppo aristocratica).
Sono davvero curioso di vedere cosa succederà in Parlamento. Mai questa volta, con leader profondamente delegittimati (Bersani ha condotto una campagna elettorale suicida e ha incassato un risultato disastroso) o al contrario eccessivi fino a derive messianiche (ma ricordiamoci che uno dei comandamenti del M5S è che ognuno "vale uno", Grillo compreso), deputati e senatori saranno responsablizzati come non mai. Dopo anni di schiaffi al Parlamento, a me sembra tutto sommato una buona notizia. Altro che tornare a votare: adesso che il Paese è diviso in tre blocchi, i due più "simili" devono necessariamente mettersi attorno a un tavolo e trovare un terreno comune. Gli eletti facciano quello per cui abbiamo mandati a Roma e per cui li paghiamo. Ci governino, possibilmente bene.
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giovedì 21 febbraio 2013
Il nuovo partito di Tosi
Ci sono alcuni elementi irrituali e paradossali nel lancio, mercoledì sera in fiera a Verona, del nuovo soggetto politico targato Flavio Tosi. Al di là dei modelli di riferimento (nuova democrazia cristiana o modello Csu bavarese che dir si voglia), a colpire è prima di tutto la tempistica (e su questo non ha tutti i torti Giancarlo Galan).
A poche ore dal voto delle politiche, dove la Lega Nord è alleata al Pdl di Berlusconi, si butta nell'agone un nuovo "partito" che, se dobbiamo rapportarci a quanto è successo a Verona, mira ad allearsi con il Carroccio da una posizione di forza (la lista Tosi ha preso tre volte i voti della Lega) e, soprattutto, a spolpare lo stesso Pdl (sempre a Verona, alle ultime elezioni, ha preso un misero 5 per cento). Se a questo si aggiunge che, per dare forza a questo progetto, l'invito è quello di votare Lega domenica e lunedì (e quindi, per proprietà transitiva, a portare acqua a Berlusconi), c'è da farsi venire il mal di testa. Quanto al mal di pancia, in questo momento, è tutto dei leghisti: Maroni gli aveva promesso un partito "egemone" del Nord, mentre ora si trovano costretti in un matrimonio d'interesse con il Cavaliere e, da martedì, ad abbracciare un'idea neo-democristiana di partito dove, prevedibilmente, saranno minoranza.
L'idea che il "modello Verona" possa funzionare anche su base regionale e nazionale è, innanzitutto, un'ipoteca sulle elezioni del 2015 e chissà cosa ne pensa Luca Zaia che col Pdl dice di governare benissimo. E' poi davvero difficile non vedere la nuova "cosa" leghista senza pensare ad un Tosi candidato governatore (anche se i tosiani lo sognano addirittura candidato premier, in una sfida con Matteo Renzi).
Di certo, l'assunto di fondo di questa nuova scommessa politica di Tosi è che Berlusconi sia politicamente morto, il che è tutto da vedere. E' invece nella base leghista si sente grande disaffezione e si teme un risultato modesto (che diventerebbe disastroso se Maroni perdesse in Lombardia). A partire da martedì, ne vedremo delle belle.
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