Dopo un iniziale momento di smarrimento, mi sto lentamente convincendo che i risultati delle elezioni non sono così male come sembrano. Certo, all'apparenza sembra un tutti contro tutti foriero di un'instabilità di cui l'Italia non ha certo bisogno. Eppure, ci sono alcuni elementi finora sottovalutati che, a mio parere, una volta insediato il Parlamento, diventeranno importanti, forse decisivi.
Partito democratico e Movimento 5 Stelle hanno diverse affinità e non vedo perché non possano provare a fare un governo. Grillo dice che Bersani è uno "stalker politico", che il Pd sta mettendo in piedi un "mercato delle vacche", che non voteranno mai nessuna fiducia. Vedremo se si tratta di semplici schermaglie, o meno.
Per adesso, mi soffermerei su altri elementi. Primo: sia i parlamentari del Pd che quelli del M5S devono la loro elezione alle primarie. Possiamo criticare all'infinito i metodi di selezione degli uni e degli altri, la cosa indiscutibile è che gli uni e gli altri sono in Parlamento perché le rispettive "basi" hanno dato loro fiducia. E le due "basi", mi pare, sono tutt'altro che ostili all'idea di un governo comune, che non ha certo l'ambizione di durare cinque anni, ma che può realizzare alcune riforme importanti (costi della politica, legge elettorale) su cui le posizioni sono simili.
Per quanto se ne sia data un'imagine caricaturale - e gli eccessi verbali di Grillo non fanno che amplificare questo effetto - i grillini sono tutt'altro che marziani. Parlo per quelli che conosco, quelli di Verona. Gente istruita, magari inesperta, non certo dei barricaderi con il coltello tra i denti, ma persone apparentemente di buon senso, che guardano alle buone pratiche dell'Europa del nord. In parlamento ci sono loro, Grillo no. E quelli del Pd? I veronesi li conosco bene, so che difficilmente voterebbero la fiducia a un governo con Berlusconi: i loro elettori (quelli che li hanno votati alle primarie e fatti eleggere) li spellerebbero vivi. In ultimo, le primarie hanno - se non eliminato - certamente attenuato le logiche di corrente che hanno devastato il Pd negli ultimi anni: c'è da sperare che più gente decida, adesso, con la propria testa, e non sotto ricatto dei capibastone.
C'è poi anche una questione generazionale: le primarie del Pd hanno in buona parte svecchiato gli eletti, e pure i grillini sono in buona parte under 40. Gente che conosce bene la realtà (spesso drammatica) dei giovani, della precarietà, per averla vissuta anche sulla propria pelle. Lo stesso non si può dire né del Pdl (i cui volti nuovi si contano sulle dita di una mano), né dei "montiani" (una pattuglia che pare fin troppo aristocratica).
Sono davvero curioso di vedere cosa succederà in Parlamento. Mai questa volta, con leader profondamente delegittimati (Bersani ha condotto una campagna elettorale suicida e ha incassato un risultato disastroso) o al contrario eccessivi fino a derive messianiche (ma ricordiamoci che uno dei comandamenti del M5S è che ognuno "vale uno", Grillo compreso), deputati e senatori saranno responsablizzati come non mai. Dopo anni di schiaffi al Parlamento, a me sembra tutto sommato una buona notizia. Altro che tornare a votare: adesso che il Paese è diviso in tre blocchi, i due più "simili" devono necessariamente mettersi attorno a un tavolo e trovare un terreno comune. Gli eletti facciano quello per cui abbiamo mandati a Roma e per cui li paghiamo. Ci governino, possibilmente bene.
venerdì 1 marzo 2013
giovedì 21 febbraio 2013
Il nuovo partito di Tosi
Ci sono alcuni elementi irrituali e paradossali nel lancio, mercoledì sera in fiera a Verona, del nuovo soggetto politico targato Flavio Tosi. Al di là dei modelli di riferimento (nuova democrazia cristiana o modello Csu bavarese che dir si voglia), a colpire è prima di tutto la tempistica (e su questo non ha tutti i torti Giancarlo Galan).
A poche ore dal voto delle politiche, dove la Lega Nord è alleata al Pdl di Berlusconi, si butta nell'agone un nuovo "partito" che, se dobbiamo rapportarci a quanto è successo a Verona, mira ad allearsi con il Carroccio da una posizione di forza (la lista Tosi ha preso tre volte i voti della Lega) e, soprattutto, a spolpare lo stesso Pdl (sempre a Verona, alle ultime elezioni, ha preso un misero 5 per cento). Se a questo si aggiunge che, per dare forza a questo progetto, l'invito è quello di votare Lega domenica e lunedì (e quindi, per proprietà transitiva, a portare acqua a Berlusconi), c'è da farsi venire il mal di testa. Quanto al mal di pancia, in questo momento, è tutto dei leghisti: Maroni gli aveva promesso un partito "egemone" del Nord, mentre ora si trovano costretti in un matrimonio d'interesse con il Cavaliere e, da martedì, ad abbracciare un'idea neo-democristiana di partito dove, prevedibilmente, saranno minoranza.
L'idea che il "modello Verona" possa funzionare anche su base regionale e nazionale è, innanzitutto, un'ipoteca sulle elezioni del 2015 e chissà cosa ne pensa Luca Zaia che col Pdl dice di governare benissimo. E' poi davvero difficile non vedere la nuova "cosa" leghista senza pensare ad un Tosi candidato governatore (anche se i tosiani lo sognano addirittura candidato premier, in una sfida con Matteo Renzi).
Di certo, l'assunto di fondo di questa nuova scommessa politica di Tosi è che Berlusconi sia politicamente morto, il che è tutto da vedere. E' invece nella base leghista si sente grande disaffezione e si teme un risultato modesto (che diventerebbe disastroso se Maroni perdesse in Lombardia). A partire da martedì, ne vedremo delle belle.
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mercoledì 30 gennaio 2013
L’Arsenale e la paura del nuovo
Ho letto la petizione che gira in questi giorni “a favore
del mantenimento dell’Arsenale asburgico di Verona in mano pubblica e della sua
esclusiva destinazione ad attività di pubblica utilità”. L’ho letta, e non mi
convince per nulla. Non mi convincono le premesse, quando si ventila che ogni
“manomissione” dell’Arsenale “potrebbe compromettere lo status di patrimonio
dell’umanità” di Verona come stabilito dall’Unesco. O come quando si afferma
che “la cittadinanza si è riappropriata di questo spazio, rendendolo, dopo una
lunga attesa, il luogo preferito per il tempo libero e la socializzazione del
quartiere di Borgo Trento”. Sinceramente, non capisco cosa ci sia da
manomettere in un complesso che cade letteralmente a pezzi; ogni volta che ci
passo, poi, provo un senso di tristezza per tutto quello spazio
vuoto, buio (di sera), non sfruttato, se non per qualche film proiettato
d’estate o qualche piccola iniziativa come il mercatino del vintage. Ma
soprattutto, della petizione (che è appoggiata anche dal Partito democratico)
non mi convincono le conclusioni: ovvero, che questo enorme spazio a due passi dal centro debba restare
esclusivamente in mano pubblica e che vada quindi rigettata al mittente senza
troppi complimenti la proposta di una cordata privata (Contec- Rizzani De
Eccher) disposta a investirci una bella camionata di soldi con lo scopo di
valorizzare il tutto in senso
commerciale.
Da tempo a Palazzo Barbieri si arrovellano su cosa fare
dell’Arsenale. Ai tempi dell’amministrazione Zanotto era stato commissionato un
progetto allo studio Chipperfield, con l’idea di trasferirci il museo di storia
naturale. Costo stimato? 60 milioni di euro: un libro dei sogni per le finanze
pubbliche, anche allora che le cose giravano un po’ meglio, figurarsi oggi. E
poi, era sostenibile un museo di quelle dimensioni, con i conseguenti costi di
gestione? Sta di fatto che non se
ne fece nulla. Si arriva così all’amministrazione Tosi che, dopo l’ennesimo
risiko di permute con la solita fondazione Cariverona (che ha in progetto
diversi musei: auguri), si ritrova 12 milioni di euro da investire
nell’Arsenale. Fa così un bando e arriva la proposta in questione. Sul piatto i
privati mettono 36 milioni circa,
che si aggiungono ai 12 del Comune. Il progetto prevede, nella corte est, un
asilo nido, spazi per le associazioni, un centro anziani e la sede della
circoscrizione; nella corte ovest una sorta di polo “didattico-creativo”, con
una scuola della moda, l’Accademia Cignaroli (la cui sede oggi cade a pezzi)
oltre ad uffici (probabilmente la nuova sede dell’ordine degli architetti). La
palazzina di comando resta a destinazione museale e potrebbe diventare un
prolungamento del museo di Castelvecchio. Nella parte centrale, le attività
commerciali: nessun supermercato o negozio di cianfrusaglie, ma “insediamenti
di qualità” (l’esempio ricorrente è Eatitaly), il tutto con una piazza
“coperta” in modo da far vivere il sito tutto l’anno.
C’è chi grida alla “svendita” per la concessione di
99 anni richiesta dai privati come condizione per investire. Di fatto,
due terzi dell’Arsenale verrebbero così ceduti. Penso che sia un nodo fondamentale su cui è giusto discutere e che il Comune, in sede di trattativa,
debba fare di tutto per limare al ribasso il più possibile. Ma il punto a me
sembra un altro: solo con l’intervento di privati l’Arsenale può tornare a
vivere. Certo, nessuno vuole vedere un luogo come l’Arsenale trasformarsi in
una sorta di “Grande Mela”, ma non mi pare che il progetto preveda questo,
anzi. E dubito che sia anche nell’interesse di chi investe simili somme ( 36 milioni
non sono noccioline) tanto più che
a Verona, di centri commerciali ce
ne sono fin troppi: quel che manca, semmai, sono proprio le attività “di
qualità” che fioriscono altrove (penso a Milano o a Bologna, per non parlare di
una qualsiasi città del nord Europa) dove il nuovo non spaventa, ma
incuriosisce.
P.s. Che i 12 milioni di euro del Comune possano bastare per
ristrutturare il complesso – come sostengono i comitati - a me pare una pia illusione. Ma, anche fossero sufficienti, cosa ce
ne faremmo poi dell’Arsenale tutto “pubblico” e senza più il becco di un quattrino?
lunedì 7 gennaio 2013
Il modello Verona è morto
Per otto mesi Roberto Maroni ha indicato nel "modello Verona" la strategia per raggiungere l'obiettivo della sua nuova Lega: ovvero diventare il partito egemone del Nord, come la cdu è per la baviera in Germania, per poi contrattare nuovi livelli di autonomia con Roma. Modello Verona sta a significare la formula con cui Flavio Tosi ha rivinto l'anno scorso le elezioni: Lega più liste "civiche" pensate per svuotare i consensi del maggiore concorrente dei voti padani, il Pdl. Alla fine, invece, il neo segretario federale si è rimangiato tutto: dopo aver detto mai più con Berlusconi, ha siglato l'accordo elettorale niente meno che col Cavaliere, fregandosene dell'opinione dei militanti. Niente di nuovo, questo, in casa Lega: Umberto Bossi era noto per le sue giravolte. Alla fine degli anni Novanta aveva tacciato di eresia i segretari veneto e piemontese, rispettivamente Comencini e Comino, proprio per le loro aperture elettorali al "Roma-Polo", salvo poi - una volta cacciati gli eretici - andare a nozze proprio con quello che lui stesso, fino a qualche tempo prima, aveva chiamato nei comizi il "mafioso di Arcore". Ma Bossi a quel tempo aveva un carisma che sarebbe riuscito a far ingoiare ai suoi qualsiasi cosa. Maroni no: tanto che, a sentire gli umori della base, il partito rischia la distruzione più oggi che per i diamanti di Belsito.
Maroni fa tutto questo per la Lombardia: diventarne presidente, e fare poi squadra con Piemonte e Veneto in un'unica grande macro regione del Nord, è evidentemente un obiettivo che giustifica qualsiasi patto, pure quello col diavolo (berlusconiano). Certo è che, se è pur vero che la politica è il regno del realismo, raramente si era assistito ad una decisione di un simile, smaccato cinismo. Che il popolo leghista lo segua è tutto da vedere e non so quanto sincere siano le parole di Tosi e Zaia che si complimentano con il Capo per l'accordo siglato. La verità è che a Maroni è mancato il coraggio di fare in Lombardia quanto fatto da Tosi a Verona: scommettere sulla propria persona e sulla propria leadership, prima che sulle alleanze. Il "modello Verona", come prodotto da esportazione, è così morto ancor prima di nascere. Quanto alla Lega, anche lei non sta molto bene.
Maroni fa tutto questo per la Lombardia: diventarne presidente, e fare poi squadra con Piemonte e Veneto in un'unica grande macro regione del Nord, è evidentemente un obiettivo che giustifica qualsiasi patto, pure quello col diavolo (berlusconiano). Certo è che, se è pur vero che la politica è il regno del realismo, raramente si era assistito ad una decisione di un simile, smaccato cinismo. Che il popolo leghista lo segua è tutto da vedere e non so quanto sincere siano le parole di Tosi e Zaia che si complimentano con il Capo per l'accordo siglato. La verità è che a Maroni è mancato il coraggio di fare in Lombardia quanto fatto da Tosi a Verona: scommettere sulla propria persona e sulla propria leadership, prima che sulle alleanze. Il "modello Verona", come prodotto da esportazione, è così morto ancor prima di nascere. Quanto alla Lega, anche lei non sta molto bene.
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mercoledì 2 gennaio 2013
Primarie Pd, a Verona è una rivoluzione
Oggi la pattuglia del Pd veronese a Roma è quanto mai numerosa: ben cinque parlamentari, un numero sproporzionato rispetto alle percentuali raccolte in riva all'Adige, tra le peggiori d'Italia. Di questi, solo uno sarà riconfermato: si tratta di Gianni Dal Moro, che negli ultimi anni ha coltivato un rapporto personale con Enrico Letta (di cui è ora il vice) e sarà candidato nella quota riservata del segretario Bersani.
Degli altri quattro, solo la senatrice Maria Pia Garavaglia ha avuto il coraggio di partecipare alle primarie del 30 dicembre: è stata una debacle. Giampaolo Fogliardi, già segretario della Margherita veronese, da vecchio democristiano qual è ha fiutato il vento e, una volta capito che si sarebbe schiantato, ha lasciato il partito per traslocare nella nascente "lista Monti". Federico Testa tornerà a fare il professore universitario: nei suoi anni a Roma il territorio di cui è espressione è stato il suo ultimo pensiero, di certo non poteva chiedere a quel territorio i voti per essere rieletto. Di Federica Mogherini, romanissima ma candidata da Veltroni a Verona in virtù di un marito veronese, si sono perse le tracce.
A Roma ci andrà adesso Diego Zardini, giovane consigliere provinciale (e della seconda circoscrizione). Ci sperano anche il segretario provinciale Vincenzo D'Arienzo e la giornalista Alessia Rotta, che ha tentato di ribaltare il tavolo e ci è quasi riuscita, sbaragliando comunque i candidati "renziani" ufficiali troppo simili a una costola della ex Margherita per interpretare davvero il cambiamento. Non rimane che attendere sabato, quando la direzione regionale del partito dovrà procedere alla compilazione delle liste elettorali. Con tutta probabilità, non saranno più di due (tre al massimo) i parlamentari veronesi democratici nella prossima legislatura, ma avranno una legittimità popolare molto superiore ai cinque peones di oggi. Oltre che all'impegno romano, ne avranno uno altrettanto gravoso a Verona: dovranno contribuire a costruire un'alternativa credibile di governo della loro città, dove oggi il Pd è ridotto a percentuali di pura testimonianza.
Degli altri quattro, solo la senatrice Maria Pia Garavaglia ha avuto il coraggio di partecipare alle primarie del 30 dicembre: è stata una debacle. Giampaolo Fogliardi, già segretario della Margherita veronese, da vecchio democristiano qual è ha fiutato il vento e, una volta capito che si sarebbe schiantato, ha lasciato il partito per traslocare nella nascente "lista Monti". Federico Testa tornerà a fare il professore universitario: nei suoi anni a Roma il territorio di cui è espressione è stato il suo ultimo pensiero, di certo non poteva chiedere a quel territorio i voti per essere rieletto. Di Federica Mogherini, romanissima ma candidata da Veltroni a Verona in virtù di un marito veronese, si sono perse le tracce.
A Roma ci andrà adesso Diego Zardini, giovane consigliere provinciale (e della seconda circoscrizione). Ci sperano anche il segretario provinciale Vincenzo D'Arienzo e la giornalista Alessia Rotta, che ha tentato di ribaltare il tavolo e ci è quasi riuscita, sbaragliando comunque i candidati "renziani" ufficiali troppo simili a una costola della ex Margherita per interpretare davvero il cambiamento. Non rimane che attendere sabato, quando la direzione regionale del partito dovrà procedere alla compilazione delle liste elettorali. Con tutta probabilità, non saranno più di due (tre al massimo) i parlamentari veronesi democratici nella prossima legislatura, ma avranno una legittimità popolare molto superiore ai cinque peones di oggi. Oltre che all'impegno romano, ne avranno uno altrettanto gravoso a Verona: dovranno contribuire a costruire un'alternativa credibile di governo della loro città, dove oggi il Pd è ridotto a percentuali di pura testimonianza.
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